Summer School 2024: Vi raccontiamo cosa è successo…

La XIII edizione della Summer School si è svolta dall’8 al 14 settembre tra Castro, Vignacastrisi e Ortelle, nel suggestivo Salento sud-orientale. Durante la settimana i partecipanti hanno preso parte a una pluralità di attività, varie e stimolanti, attraverso cui abbiamo cercato di immergerli nel vivo di alcune questioni fondamentali legate al tema di questa edizione, vale a dire “Innovazione sociale, innovazione tecnologica per lo sviluppo locale”. L’esperienza si è conclusa, come è nostra tradizione, con una performance di restituzione pubblica. Qui di seguito vi raccontiamo, con le parole di Eleonora Greco, Riccarda Boriglione, Caterina De Marzo, Maria Ratta, Ada Manfreda e con le belle immagini del fotografo Carlo Elmiro Bevilacqua, quello che è successo a proposito di:


Quest’anno la Summer School di arti performative e community care è stata anche la prima edizione della Summer school del Dottorato di Interesse Nazionale in Digital Transformation dell’Università Digitale Pegaso. Una quarantina di dottorandi hanno partecipato alle attività della Scuola. Inoltre nei mesi precedenti avevamo lanciato specifica Call a loro rivolta con la quale potevano candidarsi a presentare il proprio lavoro di ricerca mettendo in evidenze le ricadute potenziali che esso poteva avere per lo sviluppo locale delle aree interne o periferiche italiane. Così nel programma della settimana erano previste tre sessioni dedicate alle loro relazioni. 

La prima sessione si è svolta la mattina del 9 settembre presso la Biblioteca Comunale “Paiano” di Vignacastrisi ed è stata presieduta da Laura Agrati, docente di Pedagogia sperimentale all’Università Telematica Pegaso. Seduti sul divano giallo della sala teatro, Eleonora Greco, Luigi Lemme e Maria Ratta hanno presentato i loro progetti. Il primo è stato Luigi Lemme con una ricerca sulla trasformazione digitale e il capitale naturale. 

Partendo dall’analisi delle esigenze dei territori colpiti da spopolamento, invecchiamento demografico e carenze di rete sociale, Luigi ha esplorato come le tecnologie digitali possano contribuire alla ricostruzione del tessuto sociale. Le sue ricerche suggeriscono che, per ottenere questo risultato, occorre ridefinire il sistema valoriale di ogni individuo, inteso non solo come entità singola, ma come membro attivo di formazioni sociali, in cui condividere il proprio vissuto esperienziale, storico e professionale, creando così degli strumenti per poter formulare proposte di carattere significativo e soprattutto calmierate a quello che è il tessuto in loco. Luigi sottolinea l’importanza di comprendere e valorizzare le culture di chi arriva in Italia, cercando di creare un nuovo sistema valoriale che promuova il senso del “noi” collettivo, piuttosto che quello individuale. Questo processo richiede il coinvolgimento attivo delle istituzioni, della cittadinanza e delle associazioni locali, unite dall’obiettivo di contrastare lo spopolamento e valorizzare le risorse territoriali. L’integrazione tra comuni, attraverso reti di servizi e infrastrutture, è essenziale per attrarre nuove opportunità di sviluppo e lavoro, trasformando lo sfruttamento del territorio in un approccio di supporto e valorizzazione sostenibile.

Maria Ratta ha concentrato il suo intervento sul Patto Educativo di Comunità, uno strumento pensato per far lavorare le scuole in sinergia con le istituzioni e i soggetti locali. Il suo focus principale era il coinvolgimento attivo dei bambini nei processi di governance territoriale, attraverso metodologie partecipative. Maria ha esplorato come il patrimonio culturale locale possa diventare un mezzo per sviluppare competenze civiche e stimolare un dialogo più efficace tra la scuola e il territorio. Ha sottolineato l’importanza di creare un ambiente educativo che favorisca la co-costruzione di esperienze formative, capaci di connettere la comunità con i suoi membri più giovani. In questo modo, il “Patto Educativo” diventa non solo uno strumento per rafforzare le relazioni tra istituzioni educative e comunità, ma anche una piattaforma per promuovere una cittadinanza attiva e consapevole. 

Eleonora Greco ha sviluppato il concetto di neoruralismo come chiave interpretativa per comprendere il protagonismo giovanile nelle aree marginali. Questo concetto, che mette in dialogo saperi tradizionali e nuove tecnologie, consente di elaborare strategie di sviluppo locale che puntano su agricoltura, artigianato e turismo come settori centrali. Eleonora ha evidenziato come le aree rurali marginali, spesso viste come spazi di arretratezza, possano invece trasformarsi in laboratori di innovazione sociale sostenibile. Ha sottolineato il potenziale di questi luoghi di attrarre giovani generazioni e contrastare il fenomeno dell’abbandono attraverso la valorizzazione di risorse territoriali, la promozione di una visione integrata dello sviluppo locale e la creazione di opportunità lavorative. La sfida, secondo Eleonora, è quella di trattenere i giovani sul territorio offrendo loro prospettive che coniughino innovazione e tradizione.

Nel pomeriggio si è tenuta la seconda sessione, presieduta da Elisabetta De Marco, ricercatrice di Pedagogia sperimentale all’Università Pegaso, che ha presentato gli interventi delle tre dottorande: Donatella Ciarmoli, Caterina De Marzo e Grazia Neglia. Donatella Ciarmoli ha aperto la sessione con una ricerca sull’identificazione dei tratti di personalità attraverso la personalizzazione degli avatar. La sua indagine esplora la devianza sociale in relazione al declino delle aree marginali e propone l’uso di avatar nei contesti virtuali come strumento innovativo per analizzare comportamenti antisociali in un ambiente protetto, al fine di progettare un intervento educativo. Nel confronto tra i presenti è stata evidenziata l’importanza di delineare un modello di intervento capace di coinvolgere maggiormente la dimensione relazionale, oltre che quella individuale. In particolare, è stata rintracciata un’analogia tra l’uso dell’avatar nei videogiochi e le dinamiche che si creano all’interno dello psicodramma. Rispetto al tema inerente allo sviluppo di empowerment nelle comunità a rischio di spopolamento, è stato chiesto se l’avatar possa essere unito allo psicodramma e diventare l’uno e l’altro strumenti da poter utilizzare per mettere in gioco parti di sé attraverso un alter ego virtuale e farlo interagire con persone ed elementi appartenenti al contesto di riferimento, essendo questo determinante nella costruzione della propria identità.

Grazia Neglia ha poi discusso sul ruolo della trasformazione digitale nello sviluppo locale, evidenziando l’importanza della partecipazione della società civile nella salvaguardia del patrimonio culturale. La sua ricerca è finalizzata a dimostrare come le tecnologie digitali possano creare ecosistemi favorevoli all’innovazione sociale nelle comunità rurali e periferiche. Sebbene Grazia abbia individuato come necessaria l’alfabetizzazione digitale per rendere le comunità maggiormente partecipi e sentinelle di ciò che il proprio territorio offre, è stata evidenziata come strettamente collegata la progettazione di percorsi in cui l’uso delle tecnologie assista i processi dal basso di riconoscimento del patrimonio, affinché la conoscenza e l’applicazione digitale siano in relazione con i bisogni della comunità e non riproducano forme di estrattivismo. Si è messo in luce come sia cambiata la modalità di identificazione di un bene patrimoniale e di assegnazione di valore ad esso, che oggi nasce dalla moltitudine e non più da una ristretta élite e ne è conseguita una riflessione sulla sostenibilità della democrazia, sul funzionamento dei processi partecipativi e sulla negoziazione della significatività del patrimonio. “Come fare democrazia nel momento in cui vogliamo digitalizzare il patrimonio?”, questa è la domanda che è rimasta aperta a successive proposte in merito al ruolo che ogni membro della comunità può effettivamente rivestire nell’individuazione e nella valorizzazione anche digitale dei beni culturali appartenenti al proprio territorio.

Infine, Caterina De Marzo ha presentato il concetto di Smart Heritage Community, che coniuga tecnologie digitali e valorizzazione del patrimonio culturale nelle aree interne. Caterina ha definito smart una comunità che è in grado di delineare degli spazi di riflessività in cui l’heritage, cioè il patrimonio, sia al centro del progetto comunitario. Inoltre, ha sottolineato la necessità che la stessa definizione sia situata, specifica alla comunità e al territorio a cui fa riferimento, così come in linea con il contesto deve essere l’individuazione delle tecnologie più funzionali a favorire l’attivazione della comunità e co-costruire dei percorsi di valorizzazione del patrimonio anche in forma digitale. La costituzione di un Ecomuseo avente una infrastruttura tecnologica in grado di promuovere spazi di autonarrazione della comunità può configurarsi come un dispositivo che sollecita il coinvolgimento della comunità e un attrattore di iniziative in favore dello sviluppo locale.

La terza sessione si è svolta nel pomeriggio del 10 settembre ed è stata presieduta da Demetrio Ria, docente di Pedagogia Sperimentale all’Università del Salento. Hanno partecipato  Mariaconcetta Mangia, Riccarda Boriglione e Corrado Russo.

Maria Concetta ha presentato l’applicazione dell’Intelligenza Artificiale combinata con la gamification al Fascicolo Sanitario Elettronico, con l’obiettivo di ottimizzare le risorse e ridurre i tempi di attesa per le visite mediche, contribuendo così a una sanità più efficiente e inclusiva. La sanità elettronica permette una maggiore inclusione del cittadino e il riconoscimento del diritto alla salute in qualsiasi contesto in cui esso abita. Nelle zone periferiche i servizi sanitari sono spesso soggetti a tagli sul piano economico e in molti casi si giunge alla chiusura degli stessi presidi, in quanto faticano a rispondere alle esigenze dei cittadini, inducendo così ad un accentramento dei servizi nelle aree centrali. Il Fascicolo Sanitario Elettronico è qui inteso come uno strumento in grado di ridurre le distanze geografiche e la dispersione dei dati che riguardano il singolo paziente e anche più pazienti che necessitano delle medesime cure, connettendo in tempi più rapidi il bisogno all’azione. Risulta necessario chiedersi quali possono essere i bisogni di quella determinata comunità di quel determinato territorio, affinché l’uso della tecnologia possa garantire un servizio sanitario che sia maggiormente rispondente alle situazioni di specifici contesti.

Riccarda ha descritto la sua ricerca attorno alla co-progettazione ecomuseale a Ortelle, la comunità che ospita la Summer School, mirata a migliorare la partecipazione comunitaria attraverso un portale interattivo e utilizzando tecnologie smart come strumenti chiave per rafforzare la coesione sociale. Partendo dai principi del Service Design, che ha come obiettivo la creazione di servizi sulla base dei bisogni dell’utente, Riccarda ha proposto l’applicazione della metodologia del design thinking e l’utilizzo del double diamond uno strumento visivo attraverso cui raccogliere le istanze degli utenti e interconnetterle al fine di individuare insieme ad essi le tecnologie maggiormente accessibili e più funzionali alla partecipazione comunitaria all’interno del processo ecomuseale.

Infine Corrado Russo ha chiuso la sessione presentando l’Ecosistema della Coesione Territoriale, un modello integrato di partecipazione attiva per promuovere progettualità nelle comunità. Ha evidenziato i vuoti metodologici che caratterizzano una progettazione che presta poco ascolto al territorio e gli elementi che impediscono alla pubblica amministrazione di creare una solida sinergia con la comunità di riferimento e rispondere in modo efficace alle esigenze dei cittadini. “Perché non promuovere l’istituto della co-programmazione e della co-progettazione della Pubblica Amministrazione con il Terzo Settore?” è la domanda che Corrado si è posto, a partire dalla quale ha sviluppato dei progetti che prevedono un lavoro congiunto di università, terzo settore, enti locali e servizi sociali su una piattaforma comune. Ha menzionato Galassia Salento, una rete di enti del terzo settore del territorio impegnata nel contrasto della povertà educativa, e la piattaforma web su cui le famiglie e le agenzie educative, a partire dalle istanze dei minori, possono riportare alcune proposte riguardante l’offerta formativa, dando così avvio ad un processo di progettazione dal basso. All’interno di questo, si situa il Patto Educativo da intendere come uno strumento di co-progettazione aperto, che non si rifà ad un modello pre-strutturato, ma si delinea e si modifica in base alle esigenze del territorio, alcune delle quali possono emergere mediante l’istituzione dell’Osservatorio sui Bisogni Formativi. Ha sottolineato come questo ecosistema possa favorire lo sviluppo locale, in particolare nelle aree marginali, stimolando l’apprendimento continuo e la coesione sociale.

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Le sessioni seminariali, nonché le tavole rotonde, hanno riunito esperti, accademici e rappresentanti delle comunità locali, creando una rete complessa di temi e rimandi in cui ogni filo ha contribuito a creare un tessuto ricco di idee e sinergie utili per affrontare le sfide locali.

La prima delle tre tavole rotonde si è tenuta l’8 settembre nella suggestiva cornice del Castello Aragonese di Castro e ha avviato una articolata riflessione sull’innovazione sociale e tecnologica come leve per lo sviluppo delle aree marginali.

Tra i temi emersi, si distinguono l’innovazione sociale, il valore della comunità, la valorizzazione delle risorse locali e il diritto alla cultura. Un elemento comune a tutti gli interventi è la necessità di adottare un approccio sinergico e collaborativo, considerato essenziale per affrontare le sfide che caratterizzano i territori marginali.

La Tavola Rotonda è stata aperta da Ada Manfreda – Responsabile scientifica della Summer School di arti performative e community care insieme con Salvatore Colazzo – che ha tratteggiato il senso complessiva della edizione 2024 della Scuola e il focus della tavola rotonda, vale a dire quale alleanza produttiva possa instaurarsi tra processi di attivazione comunitaria e le tecnologie a favore di aree periferiche e marginali. Ha poi introdotti gli interventi preliminari dei referenti e rappresentanti delle Istituzioni partner, con le quali la Scuola sta costruendo da anni un dialogo continuo in favore dei territori eletti come ‘campo d’azione’, co-progettando momenti divulgativi, informativi ed educativi e nell’ultimo anno una sinergia mirata alla creazione di un Ecomuseo delle Comunità. Hanno dunque preso la parola: Edoardo De Luca, sindaco del Comune di Ortelle, con cui la Scuola è da anni in stretta sinergia, portando avanti progetti di valorizzazione territoriale, tra i più recenti il Progetto CUIS sulla Fiera di San Vito e il Progetto “TOOC”, finalizzato alla creazione di un archivio digitale sulla lavorazione del tabacco; Pierpaolo Limone, rettore dell’Università Telematica Pegaso, che dall’edizione 2023 patrocina e sostiene fattivamente la Scuola credendo nel suo valore per la crescita sociale e culturale delle comunità in cui opera e avendola adottata come opportunità di formazione per i suoi dottorandi; Luigi De Luca, direttore del Polo Biblio-Museale della Regione Puglia, un interlocutore istituzionale con cui siamo in dialogo per i progetti culturali e di valorizzazione del patrimonio immateriale che portiamo avanti e col quale dall’anno scorso abbiamo avviato anche uno specifico confronto per il processo di co-progettazione partecipata dell’ecomuseo; Salvatore Vadrucci, vicesegretario di Confartigianato Imprese Lecce, che è partner della Scuola supportando i laboratori e le esperienze di connessione con il mondo dell’artigianato locale; Francesco Massimiliano Rausa, presidente del GAL “Porta a Levante”, con cui la Scuola è in dialogo per conoscere le realtà agricole del territorio.

Subito dopo si è aperto lo spazio agli interventi dei relatori, moderato da Roberto Maragliano, già docente dell’Università RomaTre, consulente scientifico EspérO.

Rosario Tornesello, direttore del “Nuovo Quotidiano di Puglia”, ha sottolineato il ruolo chiave di un giornale per l’innovazione e la crescita del territorio. “Non si tratta solo di raccontare i fatti, perché oggi questo sarebbe ben poca cosa, soprattutto nell’era di internet e dei social media, dove le notizie arrivano in modo incessante. Il vero lavoro è leggere e interpretare i fatti, inserirli in una cornice logica e coerente (…). Il mio giornale ha affrontato questioni particolarmente critiche per il nostro territorio, come l’esplosione della criminalità organizzata. All’epoca, le istituzioni continuavano a dipingere il Salento come un’‘insula felix’, un territorio felice, mentre i cronisti attenti cominciavano a raccontare una realtà in trasformazione, segnalando fenomeni come attentati, sparatorie e omicidi. Bisognava mettere insieme i vari indizi per ricostruire un quadro completo degli eventi e dare una sveglia. I giornali e le emittenti locali hanno giocato un ruolo fondamentale nell’intercettare i punti di svolta e di cambiamento, mostrando come il territorio stava evolvendo. Negli anni ’90, il Salento era ancora poco conosciuto sul piano internazionale, spesso confuso con il Cilento. Oggi, invece, grazie anche al lavoro di interpretazione e narrazione svolto dai giornalisti locali, è diventato una realtà nota e apprezzata”.

Giovanni Cannata, rettore dell’Università Telematica Mercatorum, riprendendo i temi introdotti da Tornesello, ha ampliato la prospettiva sul concetto di territorio, connettendolo a quello di sostenibilità e di spopolamento e over-tourism. “Vorrei soffermarmi su alcuni punti chiave. Il primo è il concetto di territorio, che non è solo una narrazione. Spero che i partecipanti alla Summer School considerino il territorio come un sistema. Questo implica che le diverse componenti devono essere interconnesse, con le loro luci e ombre. Parliamo di un sistema di risorse naturali, culturali, antropologiche e musicali, oltre a risorse materiali. È importante che non si tratti solo di narrazione. (…) In etologia, il termine territorio si riferisce a un’area occupata da un gruppo di individui che si difende dall’intrusione di altri della stessa specie. Queste realtà chiuse devono essere integrate in un progetto più ampio per uno sviluppo locale, evitando di rimanere isolate. Al contrario, in alcune aree italiane si sta verificando un fenomeno di over-tourism, dove la difesa etologica viene messa in discussione. Questa condizione di vita varia molto a seconda del periodo dell’anno, creando affollamenti in alcune aree mentre altre restano in difficoltà. Il tema centrale è come queste risorse patrimoniali possano servire a un progetto di sviluppo più ampio e se questo possa aiutare a contrastare i fenomeni di spopolamento. Ad esempio, nei 24 comuni del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, la popolazione è diminuita di oltre la metà dal 1923 ad oggi, un modello che si ripete in molte realtà simili. Quindi, come possiamo collegare queste potenzialità con lo sviluppo di nuove idee? Questo è ciò che chiamiamo innovazione sociale: inventare nuovi prodotti, servizi e modelli organizzativi per rispondere alle esigenze sociali e creare nuove relazioni a livello locale, nazionale e internazionale. Qui entra in gioco un’altra componente fondamentale: la formazione degli attori coinvolti”.

Don Giuseppe Molfese, membro della Presidenza della Caritas Nazionale, ha evidenziato l’importanza dell’intervento della Caritas nel contesto della povertà strutturale, enfatizzando la necessità di adottare un approccio antropocentrico che prenda in considerazione le narrazioni individuali delle persone in situazione di vulnerabilità. Ha inoltre messo in luce il potenziale dell’innovazione tecnologica, presentandola come uno strumento fondamentale per migliorare le pratiche assistenziali della Caritas e potenziare l’efficacia delle sue azioni. “Qual è allora l’azione che la Caritas propone? Dobbiamo guardare oltre i numeri e considerare che dietro di essi ci sono persone con storie e volti. Dobbiamo proporre esperienze di inclusione e valorizzazione. La povertà è un fenomeno strutturale e complesso, e la strategia della Caritas si basa su ascolto, relazione d’aiuto e accompagnamento. È importante sottolineare che non sempre possiamo soddisfare le richieste immediate delle persone, ma dobbiamo accompagnarle nel loro percorso verso il riscatto sociale. Ritornando al tema di oggi, mi sono chiesto cosa ci si aspetti dalla Caritas in relazione alla situazione attuale. Ovviamente, è lecito chiedere alla Caritas di operare sul territorio, adottando una pedagogia che nasca dall’osservazione e dall’animazione dei contesti locali. Per questo, ho scelto di circoscrivere il mio intervento attorno a due frasi di Papa Francesco. La prima afferma che sul fronte dell’innovazione tecnologica si giocherà il futuro dell’economia, della civiltà e della stessa umanità. Questa affermazione, pronunciata quest’anno in occasione dell’incontro sull’intelligenza artificiale a Roma, è significativa, soprattutto per noi, operatori della Chiesa, che spesso ci mostriamo diffidenti verso l’innovazione tecnologica.

La domanda che dobbiamo porci è: può l’innovazione tecnologica migliorare il nostro operato nella Caritas, ovvero nel servizio alla comunità, nell’animazione dei territori e nel contrasto alla povertà? La risposta è sì, ma è fondamentale che non demonizziamo la tecnologia; al contrario, è essenziale formarsi adeguatamente per sfruttarla in modo che contribuisca realmente a costruire un percorso verso il bene comune e allo sviluppo integrato della persona. La Caritas è presente in tutti i territori italiani ed è l’organismo pastorale più radicato”, dunque ha una capacità di prossimità e di interlocuzione molto importante.

Rossella Marzullo, docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ha affrontato il tema della relazione tra innovazione sociale, innovazione tecnologica e sviluppo locale, ponendo particolare attenzione sulla condizione dei minori che vivono in contesti di marginalità. Nel suo intervento ha richiamato le parole del poeta inglese John Donne, sottolineando che ‘nessun uomo è un’isola’ e che l’isolamento di un individuo ha ripercussioni su tutta la comunità. “Questo mi porta a pensare a chi vive in luoghi dove la marginalità è una realtà inevitabile, come i minori che crescono in contesti di degrado o in famiglie collegate alla criminalità organizzata. Questi ragazzi sembrano destinati a percorsi di vita predeterminati, senza la possibilità di scegliere chi diventare”. Ha approfondito il progetto “Liberi di scegliere,” avviato dal Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria nel 2012 e che lei sta seguendo nel corso di questi anni. “Questo programma si propone di aiutare i minori a cambiare il loro destino, superando la stigmatizzazione legata al loro cognome. Il pregiudizio più grande per loro è di non avere possibilità di diventare ciò che desiderano, schiacciati dalla pressione familiare e dalle aspettative sociali. ‘Liberi di scegliere’ ha cercato di rompere il legame di sangue che caratterizza le organizzazioni criminali, consentendo ai minori di allontanarsi da contesti soffocanti e di sperimentare una vita alternativa. In Calabria, il rapporto tra ‘ndrangheta e famiglia è molto stretto e la criminalità si perpetua attraverso legami familiari. Questo progetto ha prodotto un impatto sociale significativo, favorendo un cambiamento nel rapporto tra Stato e territorio. Le madri, in particolare, hanno iniziato a chiedere l’allontanamento dei loro figli per proteggerli dalla criminalità, innescando una rivoluzione silenziosa. Quando una donna della ‘ndrangheta cambia il suo comportamento, si innesca un cambiamento profondo nel sistema familiare. Pertanto, ‘Liberi di scegliere’ rappresenta una possibilità concreta di cambiamento e reintegrazione sociale, che va oltre le inchieste giudiziarie. (…) Non è un’utopia, non è inimmaginabile; ci si può arrivare, ci si può riuscire, ma ci si riesce soltanto facendo uno sforzo comunitario, uno sforzo di responsabilizzazione, pensando che quei figli non sono isole, quei figli sono comunque parte di un continente. E se quei figli non sono sacrificati sull’altare dell’indifferenza, quei figli possono essere parte della comunità”. 

Don Lucio Ciardo, responsabile della Caritas della Diocesi Ugento-Santa Maria di Leuca,  ha rimarcato l’importanza di osservare e analizzare il contesto in cui si opera. “La prima attenzione che deve esserci in un territorio è capirlo, comprenderlo e osservare. Noi siamo la diocesi del Capo di Leuca, quindi in una zona periferica della Puglia e interna. Lo spopolamento è un problema come si diceva prima, anche l’incapacità di lavorare insieme è una delle problematiche che coinvolge i nostri territori”.

Francesco Casu, regista multimediale e media designer, ha riflettuto sulla connessione tra arte, educazione e sviluppo locale, sottolineando l’importanza di una formazione che risponda alle esigenze delle comunità, che sappia dialogare profondamente con il genius loci: “Pensavo di iniziare questo nostro incontro con un riferimento molto interessante del 1981: l’artista Maria Lai, che molti di voi conosceranno, è stata protagonista di un evento performativo che si sposa perfettamente con il tema di oggi. In quell’anno, ha coinvolto un’intera comunità, un intero paese, legando simbolicamente le persone l’una all’altra. Questo gesto rappresentava una profezia: il nodo e il legame tra le persone, anticipando l’idea della rete e dell’interconnessione che oggi conosciamo. Lai ha usato la metafora della leggenda del nastro azzurro, simbolo di salvezza, per esprimere l’idea che solo legandosi tutti insieme si può raggiungere qualcosa di più grande. In quel caso, il legame era con la montagna, e l’opera si chiamava Legarsi alla montagna. Questo concetto richiama l’infinito e il legame tra il globale e il locale. La Sardegna ha avuto un ruolo importante nello sviluppo delle nuove tecnologie con l’espansione della New Economy: il primo giornale online fu L’Unione Sarda, seguito da Tiscali, che divenne un provider globale. Abbiamo portato questo nuovo linguaggio nel mondo, e dalla Sardegna è nata anche Tiscali Arte. Ho lavorato per raccontare le tradizioni dei piccoli centri sardi utilizzando la tecnologia per valorizzare il patrimonio immateriale, come il Canto a tenore di Bitti. Attraverso un museo multimediale, abbiamo reso l’esperienza interattiva, portando il riconoscimento Unesco. Anche Mamoiada, con il Museo delle Maschere, ha visto una rivitalizzazione, grazie alla narrazione profonda della comunità resa accessibile, e Berchidda ha sviluppato il jazz con Paolo Fresu. Le tecnologie non devono essere utilizzate come un manierismo fine a sé stesso, ma per umanizzare i contenuti, coinvolgendo profondamente le persone. Questo permette di accendere l’economia locale e di trasformare musei e piccoli centri in luoghi vivi, capaci di raccontarsi al mondo. Maria Lai rappresenta un esempio emblematico di questo approccio, con la sua capacità di portare i contenuti locali a un livello globale”.

Antonella Poce, docente Università Tor Vergata, ha chiuso la tavola rotonda con una riflessione sul diritto alla cultura. “La tecnologia può essere un sostegno importantissimo alla concezione della cultura come diritto, quindi alla realizzazione di questo diritto che porta a tutta una serie di conseguenze, sociali di inclusione e sicuramente anche economiche”.

Dopo il vivace scambio di idee e prospettive emerso durante la prima Tavola Rotonda, il 9 settembre Salvatore Rizzello, economista e direttore della Scuola ISUFI dell’Università del Salento, ha tenuto una lectio magistralis dal titolo “Creatività, innovazione e nudge: un approccio di economia cognitiva per lo sviluppo territoriale”. Ha illustrato la teoria dei nudge, proponendola come una chiave interessante nell’ambito della valorizzazione dei beni culturali e del territorio, per innescare strategie comportamentali più presenti, partecipi, per una maggiore consapevolezza e apprezzamento del patrimonio culturale. “Attraverso l’implementazione di nudge, i musei possono incentivare comportamenti partecipativi e promuovere un coinvolgimento più profondo del pubblico, trasformando così l’esperienza museale in un viaggio interattivo e coinvolgente.”

Il giorno successivo, il 10 settembre, la Biblioteca ‘Paiano’ di Vignacastrisi ha ospitato la relazione di Ilaria Fiore, assegnista dell’Università Telematica Pegaso, dal titolo “Valutazione delle Attività Digi-Ecomuseali: una proposta operativa per coinvolgere nuovi pubblici”. Fiore ha proposto un quadro operativo per la valutazione delle attività digi-ecomuseali, sottolineando l’importanza di considerare non solo i risultati immediati delle iniziative, ma anche il loro impatto a lungo termine sulla comunità e sul territorio. Inoltre, ha sottolineato come l’ecomuseo rappresenti un potente strumento narrativo in grado di interpretare e valorizzare le peculiarità locali. 

L’ 11 settembre si è tenuta la seconda Tavola Rotonda di questa edizione, sul tema “Valorizzare i patrimoni culturali”, moderata da Ada Manfreda. I relatori sono stati Antonio Palmisano, antropologo e direttore della rivista DADA, già docente dell’Università del Salento; Paolo Agostino Vetrugno, storico dell’arte; Giovanna Bino, archivista; e Antonella Lippo, storica dell’arte. Uno dei temi centrali emersi è stato il ruolo dinamico del patrimonio culturale, concepito non come un insieme statico di beni, ma come un processo vivo e relazionale in continuo divenire.

Antonio Palmisano ha sottolineato l’importanza del patrimonio culturale, evidenziando la necessità di stabilire definizioni etiche e di rafforzare le relazioni sociali per la sua conservazione.  “È fondamentale la questione del patrimonio culturale. Bisogna lavorare di definizioni etiche e di rafforzamento delle relazioni sociali.   Per mantenere un patrimonio culturale, hai bisogno di molti fondi. Devi trovare soluzioni: vendere una parte, affittarla o noleggiarla per sostenere il tutto. Non c’è soltanto l’oggetto materiale; ciò che difendiamo oggi è il patrimonio culturale dato dalle relazioni sociali. Questa è una delle ragioni per cui ci vengono a trovare nel Meridione.”
Giovanna Bino ha discusso del progetto “I luoghi delle Donne: in viaggio nel Salento al femminile tra passato e futuro”, un’iniziativa volta a promuovere la consapevolezza sulle disuguaglianze di genere e a valorizzare il contributo delle donne nel progresso culturale, sociale ed economico della società. “Si propone di creare e diffondere modelli virtuosi capaci di risvegliare una maggiore consapevolezza sulle disuguaglianze di genere.  Tale progetto intende valorizzare le donne che si sono distinte per il loro contributo al progresso culturale, sociale ed economico, rendendole esempi significativi per le generazioni presenti e future. L’obiettivo finale è ridurre il gender gap, in linea con l’Agenda 2030. Il progetto si articola attorno a diverse linee programmatiche. Innanzitutto, mira a sensibilizzare la collettività sulle disuguaglianze di genere presenti nella toponomastica, nella statuaria e nell’intitolazione di istituti scolastici e altri spazi pubblici. In aggiunta, promuove iniziative che propongono l’intitolazione di strade, piazze e istituti scolastici a figure femminili, con particolare attenzione a quelle storicamente trascurate. Un ulteriore obiettivo è la creazione di itinerari che valorizzino il patrimonio culturale femminile del territorio, mediante una mappa interattiva che identifichi luoghi significativi legati a figure femminili di rilievo, come scuole, piazze, parchi e biblioteche. Il progetto prevede anche l’installazione di QR code nei luoghi dove le donne hanno lasciato un’impronta, consentendo loro di ‘raccontarsi’ al visitatore, creando così un legame diretto con la memoria storica femminile. L’obiettivo finale è la creazione di un Museo diffuso della memoria al femminile, in grado di rendere tangibile il contributo delle donne alla storia e alla cultura del territorio.”

Antonella Lippo ha evidenziato diversi aspetti significativi riguardanti la trasformazione urbana di Taranto e l’importanza dell’arte, in particolare della street art, nella rivitalizzazione delle comunità e nella creazione di un senso di appartenenza al territorio. Taranto, un tempo capitale della Magna Grecia, è diventata nota per l’industria dell’acciaio, ma purtroppo ha visto anche un aumento dei problemi sanitari. Esistono iniziative per la valorizzazione delle periferie, e attualmente sono in corso lavori su alcuni murales significativi. Questi progetti cercano di ricreare un senso di comunità e di bellezza in un contesto altrimenti difficile”. Ovvero può accendere un faro su criticità e problemi sociali: “Un murales recente – ci dice Lippo – in una delle chiese di Taranto rappresenta Cristo che benedice i lavoratori”. E ancora un “murales (…) evidenzia il potere dell’arte di raccontare storie e creare connessioni emotive all’interno della comunità. La street art ha iniziato a essere riconosciuta come patrimonio culturale, e ci sono iniziative in corso per sostenere questo tipo di espressione artistica. Tuttavia, ci sono ancora questioni aperte riguardanti la manutenzione e la proprietà degli spazi pubblici. È importante che le comunità si sentano coinvolte e responsabili del loro patrimonio culturale. Nel quartiere Salinella, l’iniziativa ha preso forma grazie al bar del quartiere, che ha promosso una raccolta fondi per l’oncoematologia pediatrica che ha portato alla realizzazione di un murales dell’artista Nadia Toffa, il quale non solo ha abbellito l’area, ma ha anche trasformato il quartiere in uno spazio che promuove salute e speranza, integrando un messaggio sociale e solidale. Nel quartiere Paolo VI, il processo di trasformazione urbana, invece, si è manifestato attraverso la creazione di murales che celebrano la bellezza e la storia locale.”

Paolo Agostino Vetrugno ci ha invitato a ripensare l’approccio al museo, sottolineando la necessità di coinvolgere la comunità e di strutturare le esposizioni in modo che facilitino una migliore comprensione e fruizione del patrimonio culturale.“Questo è un problema che solleva interrogativi sulla nostra concezione di museo e sulla sua attuale rilevanza nella società. Se tutto diventa museo, si rischia di perdere il significato stesso di questa istituzione”. E ancora Vetrugno ci avverte della necessità di educare al museo: “La costruzione del museo, quindi, deve prima avvenire nella mente delle persone. È essenziale che la comunità si senta parte integrante di questo spazio”.

Il 13 settembre si è svolta l’ultima Tavola Rotonda intitolata “I territori sono narrazioni”, un titolo che invita a riflettere sul profondo legame tra il luogo e le storie che esso custodisce. Moderata da Salvatore Colazzo, questo incontro ha visto la partecipazione di Giuliana Adamo, docente presso il Trinity College di Dublino, Virginia Valzano, direttrice CEIT-UniSalento (Centro Euromediterraneo di Innovazione Tecnologica per i Beni Culturali e Ambientali e la Biomedicina) e Laura Marchetti, docente all’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Durante questa sessione è stato esplorato il concetto di genius loci e la complessità di narrare i luoghi, le tradizioni e i saperi, in particolare quando questi ultimi sono trasmessi esclusivamente in forma orale.

Giuliana Adamo ha riflettuto sull’importanza della letteratura e della poesia come strumenti di comprensione e trasformazione del mondo, pur riconoscendo che non possono cambiarlo direttamente. Ha esplorato il concetto di genius loci, ovvero lo spirito dei luoghi, e come questo influenzi le opere letterarie e la vita degli autori e come anche ne viene da questi influenzato. Sia in positivo che in negativo, tant’è che vi sono “scrittori e poeti che hanno saputo trasformare il proprio contesto di vita, spesso segnato da esilio, prigionia o isolamento, in capolavori letterari universali. Questi autori sono riusciti a superare i limiti imposti dai luoghi fisici in cui si trovavano e a creare opere che parlano a tutte le epoche e a tutte le persone. La scrittura diventa così un atto di liberazione che consente di trascendere i confini e di far emergere una dimensione universale. Anche nei contesti di estrema difficoltà, come il carcere, la poesia e la letteratura hanno la capacità di trasformare il genius loci, di cambiarne la percezione e di offrire uno spazio di resistenza e di riscatto”.

Laura Marchetti ha proposto la sua riflessione sul patrimonio culturale immateriale, con un particolare focus sul patrimonio orale, evidenziando come le donne, storicamente escluse dagli spazi pubblici e dalla politica, abbiano svolto un ruolo essenziale nella trasmissione delle storie e della storia. “Come già intuiva Gramsci, il folklore, anziché essere una semplice espressione dell’oralità delle comunità, rischia di diventare un finto elemento etnico, privato della sua autentica vitalità, un’eco lontano di storie dimenticate. È fondamentale, quindi, che le comunità patrimoniali si impegnino a mantenere viva l’autenticità del loro patrimonio orale, evitando che esso diventi una mera rappresentazione superficiale destinata al profitto.

Così, ogni trama diventa un gesto di cura, un atto di resistenza contro l’oblìo e ogni nodo una testimonianza di autenticità, che celebra l’eredità culturale senza compromessi. In questa direzione va intesa la  rioralizzazione. La rioralizzazione, infatti, è un processo complesso. (…) Nella conservazione del patrimonio, è fondamentale adottare un modello di razionalità che abbracci non solo la performatività e la memoria, ma anche la rapsodicità, per garantire che le tradizioni continuino a vivere e a significare. La memoria merita una riflessione profonda: in un mondo dove le nuove generazioni hanno meno accesso alle storie tramandate, si assiste a una perdita significativa del sapere collettivo. Le nonne, un tempo custodi di decine di fiabe, rischiano ora di veder cadere questi racconti nell’oblio, con l’impoverimento del  tessuto culturale. Storicamente escluse dagli spazi pubblici e della politica, le donne hanno svolto un ruolo essenziale nella trasmissione delle storie e della storia. Attraverso la tradizione orale, hanno raccontato non solo le loro esperienze, ma anche quelle delle loro comunità. La loro voce si è fatta sentire nei momenti fondamentali della vita, come la nascita e la morte, in un modo che trascende il semplice racconto per toccare il senso collettivo di comunità”. Marchetti conclude sottolineando il potere della voce nell’oralità: “La voce, non è solo uno strumento di narrazione; si intreccia con la musica e la dimensione emotiva delle storie, rendendo il patrimonio orale un elemento autentico da preservare e valorizzare”.

Virginia Valzano, ha proposto la proiezione del video-documentario “Tesori di Otranto in 3D”, un’opera che rappresenta un esempio innovativo di narrazione del territorio attraverso l’uso delle tecnologie. Il documentario racconta il fascino millenario, paesaggistico e culturale di Otranto, combinando riprese video e sofisticate tecniche di visualizzazione 3D per far rivivere virtualmente il patrimonio della città. Attraverso ricostruzioni tridimensionali, gli spettatori possono esplorare a distanza i tesori di Otranto, immergendosi in paesaggi marini cristallini ricchi di biodiversità e fondali spettacolari, visibili anche in stereoscopia tramite il Teatro Virtuale 3D. La narrazione si arricchisce ulteriormente dell’esplorazione del sito inaccessibile della Grotta dei Cervi di Porto Badisco, un giacimento di arte preistorica unico, capillarmente mappato e ricostruito in digitale e reso così fruibile.

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Uno dei momenti che caratterizzano in modo peculiare la nostra Scuola è il Laboratorio di drammaturgia di comunità. Ogni anno dedichiamo parti delle giornate della settimana residenziale a questo spazio di scrittura collettiva in cui tutti quanti insieme, partecipanti, docenti, esperti, performer, costruiamo la narrazione che desideriamo poi restituire pubblicamente alla comunità ospitante l’ultimo giorno di Summer School. Usiamo ‘narrazione’ in senso molto ampio, non ci riferiamo esclusivamente a quella testuale: facciamo ricorso a differenti media e linguaggi per costruire la nostra performance, immaginiamo momenti cantati, momenti di lettura ad alta voce, momenti di proiezioni audiovideo, momenti di gestualità e di body percussion, il tutto montato assieme seguendo un filo associativo, creando un senso, che è il ‘nostro’ senso, il senso co-costruito tutti insieme vivendo la ‘Scuola’. Ci mettiamo dentro tutto ciò che ognuno ha preso dalle esperienze che ha attraversato lungo la settimana di Summer School, insieme a tutto ciò che ognuno porta con sè come proprio bagaglio culturale, di sensibilità e di immaginario personale. Facciamo anche dialogare le nostre narrazioni con quelle di altri, maturate in altri contesti, per similitudine, o per dissonanza. Ogni anno l’esito è diverso e ogni volta ha una sua specifica originalità. In questa ultima edizione c’era un file rouge proposto nel Laboratorio dal gruppo di ricerca che anima la Scuola: la voce delle donne nella comunità. Nei mesi che hanno preceduto l’inizio della XIII edizione il gruppo ha lavorato sul materiale documentario di ricerca dell’archivio della Scuola per estrarre testimonianze, trascrizioni, materiali audio, video e fotografici, che riguardassero il “femminile” del territorio in cui si realizza la nostra ricerca pluriennale sul campo, ossia i paesi del Salento sud-orientale, un’area della costa adriatica salentina compresa grosso modo tra Otranto e Santa Maria di Leuca. Da questo scavo preliminare sono emerse voci di ricamatrici, racconti di artigiane, canti di lavoro, canti d’amore, spesso doloroso, o tradito, o interrotto. Ne è stato ricavato un canovaccio che è stato poi portato come materiale grezzo nel laboratorio affinché tutti i partecipanti vi lavorassero rielaborando quegli stimoli e rinarrandoli con la propria ‘voce’, con la propria sensibilità, dal proprio sguardo e componendo il tutto con la voce, la sensibilità, lo sguardo degli altri partecipanti. La scrittura collettiva della drammaturgia si è anche nutrita degli elementi narrativi catturati dai partecipanti durante le esperienze vissute lungo le giornate della Scuola, rielaborando i contenuti riflessivi che abbiamo condiviso nella forma di un personaggio caratterizzato in un certo modo, oppure di un dialogo che contenesse alcune parole-chiave, ovvero ancora in un gesto che nel non-detto potesse farsi metafora di messaggi che nel laboratorio si è convenuto di consegnare alla comunità locale che avrebbe assistito alla performance di restituzione. L’ultimo giorno di laboratorio si è tenuto in piazza, ossia nel luogo dove si sarebbe svolta la performance pubblica: abbiamo preso confidenza con il luogo, la sua luce, con gli spazi della piazza, incorniciata lungo tutto il suo perimetro, un quadrato quasi perfetto, da panchine su cui, nell’arco delle diverse ore del giorno, si sono accomodati a turno diversi abitanti di Ortelle, ad osservarci o soltanto a stare lì, a godere della piazza, così suggestiva, dell’aria aperta, del via vai di automobili, di gente a piedi o in bicicletta. Abbiamo scelto insieme dove posizionarci, con quali gesti costruire le transizioni da un quadro narrativo all’altro, quali oggetti ‘di scena’ utilizzare; abbiamo provato e riprovato i canti che volevamo inserire nella performance, aiutati dai performer della Scuola. Ci siamo distribuiti le parti, abbiamo letto e riletto, abbiamo sbagliato, abbiamo riso, abbiamo cantato, abbiamo riso ancora. Con questo spirito di leggerezza e di pregnanza di senso ci siamo preparati alla serata finale.

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Una delle caratteristiche della Summer School è la presenza di momenti performativi, in cui la comunità provvisoria di ricercatori, performer e partecipanti, costituitasi nella cornice formativa della Scuola, entra in contatto con le comunità stabili dei territori ospitanti. 

Tali momenti rappresentano delle finestre da cui tendere i fili per mettere al sole le proprie vesti, farsi suggestionare dai colori e dai profumi di quelle altrui, giocare a scambiarle. Occasioni di relazionalità che corroborano la condivisione di significati e l’armonizzazione degli sguardi sulla realtà comunitaria con cui lavorare.

Voci e suoni altri si diffondono e occupano lo spazio urbano, riempiono la piazza del paese, perturbandolo e destabilizzando l’ordinarietà.

Ed è proprio a suon di trombe, clarinetti, flicorni e sassofoni della Banda ortellese degli “Amici della musica” che è iniziata la XIII edizione della Summer School nella Piazza Perotti di Castro. La percussione del mazzuolo sulla grancassa ha richiamato i dottorandi appena arrivati e alcuni passanti assolati e come accade nelle feste patronali ogni presente si è accodato e ha seguito i bandisti, i quali si sono diretti verso il Castello Aragonese, dove avrebbe avuto inizio di lì a poco la Tavola Rotonda. I lavori sono stati aperti dalla “Salento Brass Quintet” del Maestro Martino Pezzolla, che ci ha accolti in un semicerchio di ottoni nel cortile del Castello, guidandoci poi nella sala interna, in cui abbiamo preso posto al soffio delle ultime note.

Il senso dell’udito è stato sollecitato in più occasioni all’interno della Summer, attraverso l’ascolto di sola musica, di sole parole o del connubio di entrambe. Dopo un’intensa giornata di lavoro che ha visto protagonisti i dottorandi con le loro ricerche in fieri, abbiamo ascoltato una selezione di brani su vinili del DJ Paolo Bracciale sotto il pergolato del Bar “Convivio” di Ortelle, al riparo dalla pioggia settembrina che proprio in quella giornata aveva deciso di portar via l’afa agostana a cui avevamo fatto l’abitudine (o quasi); in questo viaggio su giradischi dall’elettronica al jazz, facevano incursione le note del sassofono suonato dal Maestro Emanuele Raganato. Una sovraincisione, nella quale anche il crepitìo della pioggia sembrava incorporarsi nel disco, una sovrapposizione di live e registrato tale da destare un piacevole disorientamento e non riuscire più a distinguere tra il suono naturale e quello artificiale, riprodotto.

Su questa modalità di esperire la musica si innestano le improvvisazioni del violoncellista Pavlo Carta, il quale è intervenuto in un’altra serata in Piazza San Giorgio ad Ortelle. Con dita e archetto sfregava le corde e con il piede dirigeva la loop station, attraverso cui registrava dal vivo frammenti di musica, che si riproducevano in modo ciclico, su cui si stratificavano le successive tracce suonate con il violoncello. Produceva suoni a volte riconducibili alle note musicali, altre alle note indefinite della natura, dei versi di alcuni animali, come il canto di orche e di uccelli migranti.  Siamo stati diretti verso paesaggi marini lontani, ignoti, e lo stesso musicista sembrava farsi travolgere dalle onde sonore dell’oceano.

Il cambio di paesaggio, pur rimanendo nella stessa piazza, è avvenuto con il duo piano e voce composto da Andrea Gargiulo e Chiara Liuzzi, i quali hanno proposto alcuni brani della musica barocca in chiave jazz. Sembrava di indossare abiti d’epoca e tenere il tempo con le sneakers. La sontuosità armonico-melodica dei brani originali è stata dinamizzata dalle progressioni ritmiche, che hanno sollecitato i piedi a muoversi sul posto, accelerare, arretrare, partecipare.

La sera precedente, invece, abbiamo fatto un salto nel passato con brani di ispirazione popolare rielaborati sul piano melodico dal M° Luigi Mengoli e che fanno parte del suo progetto “Jata”. Una rielaborazione armonica in cui l’intenzionalità della voce, il suo graffio, dà il senso profondo del canto e restituisce la drammaticità di quanto si narra. Nella Biblioteca “Maria Paiano” di Vignacastrisi, in un’atmosfera intima siamo stati abbracciati in un racconto che parlava di ieri, ma che per alcuni aspetti continua ad essere attuale, perché sempre attuale è quel sentimento d’amore che turba anche le anime apparentemente più forti, e sempre presente, sebbene celata o resa distante dallo schermo, è la miseria che abita sotto alcuni tetti (per chi ancora ce li ha). Lì dove la fortuna, come nell’omonima canzone interpretata da Mengoli, è seduta su un nero scoglio e piange per i torti subiti da chi avrebbe dovuto essere il suo destinatario.

In tale narrazione drammatica, con qualche venatura ironica, il buio della sala ha permesso di fare luce dentro ognuno di noi, provando a recuperare gli echi di quei racconti, espressioni e modi di dire che hanno caratterizzato, a livelli differenti, la propria infanzia.

Un concerto intriso di teatralità, in cui anche l’applauso è stato espresso come gesto non di egoistica liberazione, bensì di intesa con il musicista, il quale ha segnato attraverso la sua chitarra i tempi dell’esecuzione, ponendo anche una piccola pausa che è apparsa come un naturale passaggio dal primo al secondo atto, implicitamente condiviso con il pubblico, che ha sciolto il silenzio per qualche attimo per poi ripristinare l’ascolto attento e solo al termine far risuonare le mani, riconoscendo la profondità dell’esperienza di ascolto.

Un’altra esperienza d’ascolto altrettanto forte e potenziata dal coinvolgimento degli altri sensi è stata quella vissuta con il M° Emanuele Raganato. Nei giorni precedenti, l’intera comunità è stata invitata a partecipare a questo particolare momento performativo, tramite il contatto diretto di amici, la condivisione di messaggi sui social e la mediazione della Consulta delle Associazioni, la quale ha sollecitato le associazioni locali a collaborare all’allestimento dello spazio e alla realizzazione dell’improvvisazione sonora comunitaria. Appuntamento previsto presso il Parco San Vito a Ortelle, luogo identitario della comunità, perché lì si tiene da secoli la Fiera di San Vito, ogni anno nella settimana della quarta domenica di ottobre, il cui protagonista è il maiale Or.Vi., allevato con antiche tecniche e preparato in molteplici modalità durante i giorni della fiera. Riprendendo il senso originario di quello spazio, che in tempi antichi richiamava persone del posto e dei paesi vicini per lo scambio di prodotti, ci siamo ritrovati lì, a vivere un momento di condivisione. Unica richiesta: dress code bianco. In filodiffusione una traccia musicale, riconducibile al genere ambient, che inondava l’intero Parco e della quale conoscevamo solo il titolo: “De Sidereus”. In essa si insinuavano altre brevi tracce esterne di voci e suoni di strada. Ad attenderci alcuni musicisti appartenenti agli “Amici della musica” di Ortelle, altri del gruppo bandistico “Sbandas” di Copertino e il Maestro in tunica bianca e sax al collo che ci ha invitato a scegliere uno degli strumenti messi a disposizione e a dirigerci verso la Cripta della Madonna della Grotta. Qui ci siamo disposti in cerchio e abbiamo avuto delle brevissime indicazioni sulla durata (indefinita) della performance e sui vincoli (inesistenti) di movimento nello spazio.

Al primo suono del sax, abbiamo iniziato a sganciarci dal cerchio, oscillando maracas e tamburelli, alcuni hanno costeggiato la Cripta, osservando gli archi illuminati e facendosi sfiorare dall’erba alta, altri si sono rivolti verso le casette di fronte che attendono la Fiera di San Vito per riprendere vita. Con perplessità, leggerezza, ma anche senso di inadeguatezza, ci siamo diretti verso il Parco, e in modo disordinato ci siamo mossi tra i percorsi asfaltati e le aiuole, calpestando i tappeti di aghi di pino, ancora umidi dalla pioggia dei giorni precedenti.

L’iniziale percezione era quella di essere uno singolare tra tanti singolari, scollegati, dispersi, in abiti bianchi alla ricerca di redenzione, attraverso il solo strumento musicale, con cui farsi sentire da un lato, chiedere aiuto, e nascondersi dall’altro, cercare riparo. Incontrarsi con lo sguardo e non potersi dire niente, ma solo ascoltare e ascoltarsi. Ecco la chiave! Ascoltar-si (se stessi e tra sé diversi, umani e inumani), intercettare il non verbale, prestare attenzione al dire delle piante, riconoscerle come esseri viventi che hanno una storia da raccontare, propria e collettiva, che ci ri-guarda. È stato così sollecitato un altro senso, oltre a vista e udito, l’olfatto, con cui avvertire gli odori presenti nell’aria. E poi ancora il tatto, toccare le piante con una mano e con l’altra tenere lo strumento, che con il passare dei minuti iniziava ad essere percepito non più come corpo estraneo ma come estensione del proprio corpo.

De-sidereus, senza stelle, senza coordinate abbiamo esplorato lo spazio; anche la guida iniziale compariva e scompariva; ognuno, dapprima punto di riferimento di se stesso, ha rivolto l’orecchio verso il suono proveniente da un altro punto, attirato da linee sonore simili o incuriosito da dissonanze, e ha creato una connessione, avvicinandosi all’altro e provando a suonare con strumenti differenti lo stesso ritmo. Ogni individuo è diventato coppia, poi trio, quartetto finché quei tanti singolari hanno formato un unico plurale.

De-gustare il paesaggio, sonoro, olfattivo, visibile, tangibile, interiore, questo il senso più ampio della performance, lasciando il proprio segno e tracciando un disegno collettivo e non definitivo, sempre aperto a nuove tracce di…comunità.

Il quinto senso, il gusto, non è stato lasciato per ultimo, bensì reso protagonista sin dalla prima sera, al chiaro di luna sul terrazzo del Castello di Castro. Guidati dalla presentazione del menù da parte dello Chef Salvatore Urso, abbiamo avuto l’occasione di assaggiare le portate che animavano le tavole della tradizione salentina e che ancora oggi rappresentano sapori caratterizzanti e ricercati.

La degustazione ha avuto inizio con “Acquassale”, un piatto definito “povero” perché preparato con del pane raffermo, leggermente bagnato e ammorbidito dalla stessa acqua rilasciata dai pomodori tagliati, del sale e dell’olio, che in questa occasione è stato fornito nella varietà EVO dal Frantoio Cazzetta di Palmariggi; un piatto a cui lo chef ha aggiunto il frutto del cappero, detto cucuncio, di forma allungata e di consistenza croccante, e il finocchietto selvatico, che rimanda al sapore dell’anice, aggiungendo così un accento fresco alla salinità degli altri ingredienti. A smorzare poi la persistenza della cipolla bianca, i tocchetti di cucummuru, frutto appartenente alla specie dei cocomeri, dalla polpa acquosa, asciugata da una spolverata di origano di Santa Cesarea. 

È seguita poi, la “Pitta di patate con cipolle rosse di Acquaviva”, fatta di patate passate e rese in purea, distesa in un tegame, condita con un soffritto di cipolle rosse particolarmente dolci, rispetto alle classiche bianche, e ripassata in forno. La terza portata è stata l’“Insalata di Alalunga”, un pesce simile allo sgombro, dunque dal sapore deciso e intenso, addolcito dal succo di agrumi e julienne di sedano e accompagnato da “Pucce salentine e cucuzzate”, così chiamate proprio per la presenza di cucuzza (zucchina), il cui sapore delicato si intermezza tra l’acidità del pomodoro e l’agrezza della cipolla. L’equilibrio al palato è stato, inoltre, garantito dall’assaggio di due tipologie di vino, un bianco e un rosato, della Cantina Rizzello di Spongano. Il primo, Giolé Salento IGP, chardonnay, con un bouquet speziato e di accentuata sapidità, ha enfatizzato l’agrodolce dell’antipasto; il secondo, Bacio rosato IGP, con la sua freschezza ha asciugato le morbidezze delle portate principali e con le note fruttate ci ha accompagnati verso l’assaggio dei dolci. 

A chiudere, dunque, la degustazione, la “Crostata di fichi caramellati, mosto d’uva e mandorle tostate” e i “Mustazzoli”, tocchetti impastati con cacao, frutta candita, mandorle e varie spezie, avvolti da una glassa a base di cioccolato; infine, un amaro alle foglie di ulivo per dare equilibrio ai vari livelli di dolcezza assaporata. 

Non una semplice degustazione, ma un’attivazione di tutti gli organi di senso con una sottolineatura di alcuni elementi culturali in grado di restituire valore ai prodotti del territorio, i quali sono stati al tempo stesso rivisti dallo chef in funzione del gusto e dell’uso moderno. È stato, inoltre, un momento di convivialità, di conoscenza tra i partecipanti della Summer, a partire dal piatto, mezzo per rivelare e condividere una parte di sé.

Dalla cartolina del terrazzo del Castello, da cui si vedeva il mare e i turisti passeggiare sotto le luci calde dei lampioni, ci siamo risvegliati la mattina successiva davanti ad un altro tipo di scenario, anzi, di scenari, dove l’amaro è il solo sapore che si percepisce e l’unico rumore udibile è il silenzio degli abbandoni. “Dello spopolamento e di chi resta” è il titolo della mostra del fotografo Carlo Elmiro Bevilacqua, la cui sensibilità lo ha portato a intraprendere un lavoro di “Antropologia visuale”, ovvero di narrazione attraverso le immagini delle storie di piccoli comuni situati in aree periferiche di alcune regioni del Mezzogiorno, quali Puglia, Calabria, Campania. Una narrazione che li coinvolge, in quanto soggetti principali di tali frame, e che si rivolge ad essi, riconoscendone la (r-)esistenza. 

Siamo entrati nella Biblioteca “Maria Paiano” di Vignacastrisi e a passo lento abbiamo osservato le foto sulle pareti intorno a noi. Il fotografo ha poi ripercorso alcuni degli scatti esposti, raccontando i retroscena, dando voce agli interstizi di quei borghi, alle persone che aveva incontrato, alcune delle quali ha avuto il piacere di ritrovare. Per altri scatti, invece, ha solo nominato il luogo ritratto, senza aggiungere altro, perché talvolta le parole creano distanza, confinando l’oggetto in una breve sequenza di lettere e ponendo il soggetto al di fuori del testo emotivo. Siamo stati, perciò, invitati ad un’osservazione silenziosa, così che ognuno potesse ascoltare le proprie risonanze e sentire il vuoto di chi resta.

A farci immergere nuovamente nella parola sentita, la penna del poeta Piero Antonaci, il quale ha letto alcune sue poesie tratte da uno scritto inedito dal titolo “La Terra Segreta”. In quella terra, nei solchi della «pietra viva», nei «contorni dei carrubi al tramonto», nelle fessure dei tronchi «dell’arancio amaro», ha ricercato le parole per rendere viva l’assenza dei luoghi assolati del Sud.

Siamo entrati in queste immagini, abbiamo sentito il profumo degli agrumeti, goduto dei colori dei loro frutti, ma anche toccato l’aridità della terra, custode di tracce che attendono di essere ri-svelate e risvegliate da quelle stesse voci che le hanno rese invisibili. 

Nei versi ascoltati quella sera, ricorreva spesso la parola “voce”, la quale si è districata in una delle ultime poesie, una preghiera della “religione quotidiana”, il cui precetto è dare valore ad ogni singolo seme di presenza, «da riporre, ripiegare nei cassetti di casa», della propria credenza, sempre aperta per accogliere altre presenze dialoganti.

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Nel corso della nostra residenza, abbiamo incontrato alcune realtà locali del territorio considerate significative per i temi della nostra Summer School. Abbiamo voluto coinvolgerle attivamente nel processo, affinché i partecipanti potessero calarsi nelle dinamiche socio-economiche del territorio ed entrare in contatto diretto con il mondo dell’artigianato e dell’agricoltura locale.

Confartigianato Imprese Lecce ci ha guidato attraverso le vie dell’artigianato, mediante cui promuove le eccellenze artigiane e le tipicità artistiche e agroalimentari del Salento. Noi abbiamo esplorato la tappa “ceramica”. Il 10 settembre siamo dunque partiti da Vignacastrisi in pullman alla volta di Cutrofiano, pieni di entusiasmo, dove abbiamo incontrato i Fratelli Colì. Al nostro arrivo siamo stati accolti da Antonio Colì, il quale ci ha illustrato l’albero genealogico della sua famiglia che da generazioni, attraverso i secoli, porta avanti una lunga storia di tradizione e passione. Antonio ci ha spiegato che la ricostruzione della storia familiare è stata condotta in 25 anni di attività da una studiosa della regione Puglia. Alla base dell’albero si trova colui che ha dato avvio alla storia di produzione nel settore dell’artigianato nel lontano 1650, Andrea Colì, che “fa l’arte di lavorare la creta”. L’albero si ramifica verso l’alto: ciascun ramo rappresenta le diverse famiglie, distinte da soprannomi legati a particolari episodi. Tra questi, ci ha incuriosito il ramo dei ‘Zappalassa’. Abbiamo chiesto ad Antonio il perché di tale soprannome: “Dei Zappalassa si parla che erano un po’ vagabondi, prendevano la zappa, si stancavano solo a prenderla e la lasciavano”, ci racconta sorridendo.

Varcando la soglia dello stabilimento, siamo stati immediatamente catturati dal fascino degli artigiani all’opera nelle diverse fasi di lavorazione, dallo stoccaggio del materiale, allo stampaggio, rifinitura, essiccazione, fino a giungere alla decorazione. La famiglia Colì ha reso le ceramiche un simbolo dell’artigianalità locale. La maggior parte dei suoi dipendenti, circa trenta, lavora nell’azienda da più di 35 anni. Ci fermiamo a osservare Rocco, chino sul tornio, con il corpo incurvato come una vecchia quercia piegata dal vento, mentre guida con mani sicure la materia, come se l’argilla fosse un’estensione del suo stesso corpo. “Faccio questo lavoro praticamente da quando sono nato, da mio padre”, ci racconta con orgoglio. I rumori regolari dello stabilimento che attraversiamo si fanno più intensi, mentre ci avviciniamo alla postazione di Emanuele. Emanuele è giovane, lavora qui da 28 anni. Le sue mani sono ancora immerse nell’argilla, ma il suo sguardo si solleva: “Io ho finito la terza media e mia madre mi voleva mandare a scuola. Le ho detto: ‘vuoi spendere soldi? Allora mandami a scuola!’ Ha detto: allora vai a lavorare, meglio […”]. La sua voce è calma, ma pervasa da un’amarezza verso il futuro: “Prima c’era la possibilità di scegliere: o andavi a scuola o lavoravi. Ora non ti fanno più scegliere. Quando esci da scuola sei grandicello, e certi mestieri si vanno a perdere”. Un invito, quello di Emanuele, al recupero degli antichi mestieri, non in chiave nostalgica, ma interpretandoli nel presente, ispirandosi al fare della bottega. Continuiamo a muoverci tra i tavoli ingombri di strumenti e di argilla, cui odore pervade l’aria. Poi l’incontro con Giuseppe Colì, nuovamente campione del mondo dei Tornianti, che ha reso la nostra esperienza unica: con grande generosità, ci ha offerto l’opportunità di immergerci in una attività esperienziale, permettendoci di modellare l’argilla con le nostre mani e di sperimentare la stessa magia che avevamo appena osservato: plasmare la materia grezza e vederla trasformarsi in qualcosa di vivo attraverso il nostro fare. Nel procedere, ci lasciamo guidare dai sensi: il tatto ci conduce alla conoscenza della materia, l’udito guida il ritmo e la velocità del tornio, la vista modula la forma, l’olfatto crea la sensazione immersiva. Il corpo è entrato in sincronia con l’argilla, accompagnando i movimenti. Quasi impercettibilmente, dalla semplice manipolazione iniziale e incerta, ci siamo ritrovati alla complessità della costruzione sottoposta a regole: applicare la pressione con le mani, moderare la rotazione del tornio, levigare, rifinire i bordi. L’idea, poco prima condivisa con Giuseppe, si sostanzia e il confine tra la materia e il prodotto finale si dissolve. Sperimentiamo l’errore e contemporaneamente la scoperta. Si apre un dialogo silenzioso e intimo, tanto da non sentire più le voci intorno: l’unica voce che percepiamo è quella di Giuseppe, seduto accanto, che ci accompagna con delicatezza e pazienza nel processo. Conduciamo e ci lasciamo condurre dal ritmo delle sue mani bagnate e argillose, fino alla realizzazione finale. Il prodotto, con le sue rifiniture imperfette, narra dell’esperienza vissuta, dell’interazione tra noi e l’artigiano e tra noi e la materia, donandoci il desiderio di voler continuare, di tradurre in artefatti l’esperienza, e una lettura del quotidiano che elogia la lentezza nella frenesia, le peculiarità del contesto che abitiamo, le relazioni che costruiamo e attraversiamo. Arricchiti dall’esperienza, entrando nel negozio di vendita abbiamo potuto ammirare i manufatti realizzati, che riflettono la tradizione e l’autenticità del territorio che li ha ispirati. L’esplorazione è poi proseguita a Sogliano Cavour, dove i Colì hanno creato un Hub Tecnologico per scoprire un modo innovativo di vivere la trasformazione dell’argilla in un manufatto artigianale, unendo la tradizione artigiana con il digitale. L’Hub, avviato negli ultimi anni, è messo a disposizione gratuitamente di chiunque voglia sperimentare linee, prodotti nuovi, progetti in ceramica: una stampante 3D con pasta di ceramica e alcuni simulatori software 3D di modellazione di oggetti virtuali possono consentire a giovani, che hanno voglia di sperimentare e hanno idee, di dar corpo ai loro prototipi.  

Il giorno seguente abbiamo raggiunto la sede del GAL Porta a Levante a San Cassiano. Gabriele Petracca, Francesco Rausa e Paolo Trani ci hanno illustrato le azioni e la mission dell’Ente e i progetti in cui sono impegnati, tra cui la messa in atto del Pacchetto multimisura per l’avvio e lo sviluppo di attività agricole multifunzionali, di piccole strutture ricettive, di botteghe dell’artigianato e dei prodotti locali, la realizzazione di una serie di incontri sul territorio per informare i cittadini, soprattutto giovani, circa le opportunità, in termini di misure e incentivi, offerte dal GAL. Il GAL ci ha guidati attraverso le vie dell’agricoltura proponendoci una tappa a Soleto, presso il Caseificio Arcudi, una realtà imprenditoriale che ha beneficiato degli strumenti agevolativi del GAL volti a incentivare la multifunzionalità in agricoltura. L’azienda unisce infatti tradizione e innovazione, tramandando i suoi saperi da generazioni, integrando in modo fortemente sinergico allevamento e agricoltura, tutto in loco. Ospita 200 capi di bovini per la produzione giornaliera del latte e ha più di 100 ettari di terreno per l’alimentazione del bestiame allevato. “L’animale vive in uno stato quasi semi brado”, ci racconta Giuseppe, “esce la mattina, si fa il giro. Vuole dormire sotto gli alberi, va sotto gli alberi, se vuole il sole si mette al sole, poi rientra nella rastrelliera”. Un approccio che sembra riflettere la cura e il rispetto del ritmo naturale tra l’animale e il suo ambiente, in cui l’animale viene rispettato, piuttosto che piegato al volere umano. Gli animali “portandoli a un regime normale, con i cereali dell’azienda, vivono meglio, non si ammalano quasi mai […], allora non mi conviene spingere per avere qualche litro di più e andare incontro all’animale”, continua, con la determinazione di chi conosce bene il proprio mestiere. La passione di Giuseppe per gli animali e per il mestiere di agricoltore e allevatore trova radici nei suoi bisnonni e nei suoi nonni, una storia che respiriamo in ogni angolo della sua azienda. I suoi figli hanno scelto di preservare quel legame generazionale, interpretando creativamente nel presente la tradizione per garantire continuità e innovazione. “E’ un mestiere che ti deve piacere, se no non riesci a farlo. Come tutti i mestieri, ma questo è un pochino particolare”, afferma Giuseppe. Nel suo volto leggiamo i segni della fatica e delle difficoltà, spesso imprevedibili, del suo lavoro, dalla cura per gli animali alla produzione e alla distribuzione dei prodotti, in cui non sono previsti orari né festività, ma un impegno costante mosso dalla passione. A meno di un chilometro dall’azienda agricola sorge il Caseificio, un laboratorio artigianale a conduzione familiare dove avviene la trasformazione del latte in moltissimi prodotti differenti, dal formaggio, ai latticini freschi, persino al gelato, e la vendita diretta. Siamo stati accolti da una tavola riccamente imbandita con i loro prodotti lattiero-caseari, invitandoci a una degustazione enogastronomica che ha saputo catturare l’essenza più autentica del territorio, unendo semplicità, sapere e sapori. Tra tutte le prelibatezze, una in particolare ha sorpreso e conquistato i nostri palati: il gelato agricolo, una delizia che nasce dall’incontro tra il latte e la frutta fresca di stagione. 

Le realtà di produzione locale esplorate costituiscono esempi interessanti di percorsi di resistenza culturale e di valorizzazione del territorio attraverso i suoi saperi e le sue pratiche tradizionali, reinterpretate in chiave innovativa. È stato un invito ad attraversare il territorio in maniera diversa, partecipando alla sua vita, tessendo un dialogo necessario per immaginare orizzonti di collaborazione affinché si apra la possibilità di una prospettiva nuova capace di valorizzare appieno le risorse e le ricchezze locali.

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La sera del 13 settembre siamo giunti, infine, tutti insieme – ricercatori, performer e partecipanti – alla Performance pubblica nella piazza San Giorgio di Ortelle, cuore della comunità, teatro naturale della vita del paese, delle sue relazioni, dei suoi riti. La gente è sparsa qua e là, molti sono in piedi, qualcuno ha preso posto. Tutti noi siamo distribuiti nel pubblico e aspettiamo il segnale. Tre colpi di grancassa, assestati con forza e ben cadenzati. Ci disponiamo in due ali a semicerchio intorno alla pedana, mentre Eleonora dal fondo della piazza, dietro il pubblico, avanza srotolando il filo di un grande gomitolo, lo intreccia tra le sedute, srotola, intreccia e racconta: “C’è un filo che ci lega. E’ la voce del femminile, che ci riguarda tutti, e che spesso nelle nostre piccole comunità tende a disperdersi. Questa sera vogliamo narrarla insieme”. E da qui mettiamo in scena un susseguirsi di quadri narrativo-performativi: la declamazione dei versi “Non c’è posto al mondo” con la voce di Rita; i nostri brusii di bodypercussion guidati da Andrea; il turista spaesato Carlo che vaga alla ricerca di una farmacia e si imbatte, con l’aiuto di Chiara, nel nome di una strada mai sentito, via Eleonora Greco da Fuscaldo, un personaggio che vorremmo esistesse davvero, o meglio che ne esistessero a decine e decine, una giovane donna andata fuori a studiare che decide di tornare nella sua comunità e di avviare una cooperativa aderendo ai ‘neocontadini’; e poi ancora la storia di una neo-Idrusa, personaggio femminile di uno dei ‘cunti’ salentini rivisitato, attualizzato nel suo amore disperato, ma anche nella sua forza e nel suo coraggio, con la voce di Riccarda; in dialogo con l’Idrusa di Antonio Verri del suo ‘Fabbricante di armonia” interpretato da Salvatore; e la voce, ancora, ritorna, con il suo potere, la sua magia, nei frammenti del meraviglioso racconto di Calvino ‘Un re in ascolto’ letto da Roberto; il canto griko ‘Aremu rundineddha’ intonato da Maria; le canzoni narrative della tradizione salentina sugli stereotipi femminili cantate in coro sotto la guida di Luigi; i passi di donna in una città e la paura, la difesa, quel ‘scrivimi quando arrivi a casa’. Alterniamo ai quadri narrativi brevi videoproiezioni in cui passano frammenti della settimana trascorsa insieme con le attività della Scuola: le esplorazioni sul territorio, i seminari, gli eventi serali, la socialità tra i partecipanti, piccoli estratti per dare il senso dell’intero. 

Arriviamo alla fine della performance, Maria, Caterina e Ada a turno raccontano al pubblico, non senza il disturbo molesto di due maschere birichine, i tre diversi finali possibili che avevamo ipotizzato durante il Laboratorio di drammaturgia collettiva. Le maschere le sbeffeggiano, ridicolizzano ognuna delle tre idee di finale. Come concludere allora? Le maschere interpellano direttamente il pubblico, lo invitano a scegliere. Concludiamo così la nostra performance di restituzione, con il voto del pubblico e il nostro commiato raccogliendoci tutti insieme davanti alle persone e dandoci appuntamento all’anno prossimo.

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