n. 6 / Diario 18.08.2023

All’Open Space oggi siamo noi due e Luigi Mengoli. Ci siamo riservati un tempo ampio per poter discutere e definire gli ultimi dettagli della Performance che la Scuola ha richiesto a Luigi di realizzare, a lui che ha partecipato a tutte le edizioni finora svolte. Gli abbiamo chiesto di trovare una sintesi artistica dello spirito delle cose che andiamo facendo, soprattutto di quest’ultima idea dell’avviare un processo a partire da Ortelle di costituzione di un Ecomuseo, in grado di ricognire le risorse materiali e immateriali del territorio per farle diventare elementi di riflessione, all’interno di un percorso di partecipazione e di cittadinanza, per procedere ad una valorizzazione dei beni culturali individuati.

La performance ha  come titolo provvisorio “Il valore del cibo”. Discuteremo se mantenerlo o se sostituirlo con altro. Essa è momento del processo attraverso cui la Scuola di Arti Performative e Community vuole invitare le comunità di Ortelle e paesi limitrofi a immaginare un Ecomuseo.

Cominciamo i nostri ragionamenti partendo dalla definizione di Ecomuseo. Ecomuseo è il risultato di un processo partecipativo, ci diciamo. Processo attraverso cui la comunità si autorappresenta, individuando le proprie risorse culturali di tipo materiale e immateriale. Hugues de Varine, che è stato colui il quale ha proposto il costrutto di ecomuseo, insiste moltissimo sulla patrimonializzazione come capacità di interpretare attivamente la cultura. Attivamente significa creativamente. Non semplicemente, quindi, recupero della memoria, ma soprattutto capacità di usare i beni culturali, di ricontestualizzarli, di pensarli cioè come opportunità dell’oggi. Anzi come opportunità per noi e per i nostri figli, poiché una comunità è questa capacità di proiettarsi al futuro, di pensarsi in termini di heritage.

Dalla nostra prospettiva, ciò che Luigi Mengoli ha realizzato con l’Archivio etnografico e musicale “Pietro Sassu”, che l’Associazione Fabbricare Armonie ospita presso la sua sede in Spongano, è sicuramente esemplare. L’approccio che Luigi Mengoli ha indicato con la sua azione di recupero della memoria e di suo uso ci indica la strada da percorrere. Egli ha inventato un dispositivo – del quale abbiamo detto più volte in passato – mediante il quale è riuscito a ricostruire dalla memoria degli anziani un numero veramente considerevole di canti, che poi sono diventati la base per avviare l’attività di due gruppi musicali, uno dei Cantori, i testimoni, l’altro dei Menamenamò, le generazioni ulteriori, che si sono incaricati di divulgarli nelle più svariate situazioni, ma non solo, poi, occasione di studio e di approfondimento, che ha dato luogo a reinterpretazioni più o meno ardite, fino al loro incontro con la musica elettronica, sempre mantenendo agganciati – a queste sperimentazioni – i testimoni. Ha dimostrato come concretamente cultura “alta” e cultura “bassa” possono entrare in autentico contatto e dialogare, con assoluta naturalezza, per via del rapporto di profonda fiducia che egli è riuscito ad instaurare con i soggetti della sua ricerca. Tutte le attività di Luigi Mengoli non si limitano alla testimonianza archivistica, non hanno l’ansia di musealizzare, ma il bisogno di conoscere simpateticamente la realtà della comunità in cui vive e di parteciparvi creativamente.

Ciò ci porta dritti a ciò che dice Hugues de Varine a proposito dell’Ecomuseo. Se fosse il mero specchio della comunità, sarebbe poca cosa, esso è una relazione coi beni culturali, chiamati a farsi promotori di sviluppo locale. Per far questo la comunità deve uscire dal suo mero ribadimento e confrontarsi con l’alterità, cioè con forme culturali estranee. Lo stimolo dell’esperto è importante perché non sia disabilitante la cultura locale. In fondo Luigi si è rapportato con la propria comunità portando con sé il bagaglio di sapere accademico conquistato in anni di studio. Relazionandosi si è interrogato sulla sua presenza nella comunità. In questo il suo atteggiamento è alternativo rispetto alle svariate forme di estrattivismo, che utilizzano le culture locali, senza offrire loro la possibilità di utilizzare per sé il proprio patrimonio e fare dell’incontro con l’alterità un’opportunità. Luigi Mengoli ha fatto una scelta di estrema coerenza: ha innescato processi con la comunità per la comunità che sono rimasti dentro la comunità. Per Spongano la presenza di Luigi è stata sempre un pungolo prezioso. Potremmo parlare di liminarità fecondante. Le sue performance – ardite, concettualmente molto provocanti, se non provocatorie – sono state sempre indirizzate alla comunità del suo paese, per scelta: ha concepito la sua arte come interrogazione del patrimonio culturale per arricchirlo, per mettere in circolo il suo messaggio e farlo diventare in qualche modo comune. Ancora una volta possiamo richiamare Varine, per il quale patrimonio è tutto ciò che la comunità riconosce come patrimonio, tutto ciò, quindi, che dinamicamente annette a sé, alla propria cultura. Patrimonio è – se si vuole – processo di crescita del patrimonio.

Dal nostro punto di vista – su questo abbiamo basato i dodici anni di funzionamento della nostra Scuola – il concetto di comunità non può viaggiare senza il concetto della performance.

L’arte – usa dire Mengoli – è “lu criscente” (termine dialettale per dire il lievito madre) delle comunità. Metafora dal grande valore concettuale. Le arti performative sono “lu criscente” del patrimonio culturale delle comunità. Aiutano a vedere, aprono prospettive.

Sono capaci di comunicare in maniera forte ed efficace. Introducono elementi di perturbazione, che penetrano nel tessuto della comunità e vengono in qualche modo metabolizzati, diventando elementi co-costruttori di identità.

La nostra Scuola vuole in qualche modo assumere una funzione liminare, assieme parte ed estranea, sul margine della comunità, dialoga con essa e cerca di incentivare i processi endogeni di cambiamento. Ha scritto non poco Esposito della indispensabilità di queste figure per evitare implosioni autoimmunitarie delle comunità.

Una Scuola di siffatta natura attinge al patrimonio della comunità, lo rielabora in qualche modo e lo restituisce in forme che sono problematiche per la comunità. Questa dissonanza per noi è importante, riteniamo che essa sia fattore di cambiamento. A noi serve per riscoprire il senso di una scuola che si proponga di essere sinceramente di comunità, a servizio della comunità. La Scuola è il catalizzatore dell’Ecomuseo, ciò che ne mantiene vivo il senso, che lo fa sempre essere istituente.

L’Ecomuseo da questo punto di vista può essere definito come un processo educativo, supportato da una Scuola di comunità che assume su di sé il compito di portare gli attori sociali a maturare una piena consapevolezza del patrimonio. Consapevolezza di come un cumulo di beni, delle tradizioni, dei saperi locali possano diventare patrimonio per la comunità. Un qualcosa che prima non è riconosciuto come patrimonio, in seguito ad un’azione educativa, che si declina essenzialmente come partecipazione, viene riconosciuto come tale, e quindi valorizzato in un’ottica di sviluppo locale.

Luigi Mengoli ci propone a titolo di esempio la cunservamara, una pratica non solo di Spongano, ma a Spongano particolarmente viva, che combinando in opportune dosi peperoncini piccanti e pomodori, facendone un sugo, essiccato al sole, viene riconosciuta ad un certo punto come una prelibatezza culinaria e proposta all’attenzione dei turisti in una festa, che ha sempre mantenuto una decisa impronta locale, basata sul volontariato di un gruppo di persone poi costituitosi in Associazione. Proprio perché basata sul volontariato è sempre a rischio di perdersi, com’è successo ad esempio alla Festa della pirilla proprio ad Ortelle, anch’essa risultato del sincero impegno di persone desiderose di non disperdere una forma di panificazione, tanto avvertita che molte case di Ortelle hanno un forno costruito proprio per poter fare la pirilla. È chiaro che ogni paese ha a cuore le proprie tipicità, ma è possibile mettere tra gli obiettivi della Scuola, la possibilità di far incontrare la cunservamara con la pirilla, facendone una festa unica, da svolgersi proprio qui, a Largo San Vito. Una grande festa nel bel mezzo dell’estate. Pirille appena sfornate da consumare con cunservamara all’alba, nel mentre viene realizzata della musica (ben altrimenti che fracassona) ad accompagnare la degustazione. E ciò per una settimana di seguito, sì che possa esserci un festival.

Ecco un modo per mantenere sempre attivo il processo di ri-creazione della tradizione, di rielaborazione dei valori della comunità. Sperimentare costantemente possibili soluzioni, alcune potranno anche essere fallimentari, ma proprio questo è il processo attraverso cui le comunità apprendono da sé.
L’Ecomuseo può esser questo: un processo con una vocazione educativa, che si dà come struttura che connette. Va pensato dentro la complessità dell’oggi. L’idea dell’Ecomuseo è venuta a noi dopo dodici anni di maturazione, di prospettive, di idee. E la Scuola viene da noi ripensata nella contestualità di quest’idea.

L’idea germinativa della scuola, dodici anni fa fu quella di “baratto culturale” di Eugenio Barba. Non a caso le prime due edizioni le collocammo a Carpignano Salentino. Masticando e rimasticando quel concetto, adattandolo, ri-assemblandolo con l’uso di concetti, pratiche, stimoli e varia casualità, col tempo lo abbiamo fatto evolvere fino a stabilizzarlo (relativamente) in un modello, che abbiamo identificato con l’acronimo ACL (Action Community Learning). Dal baratto capimmo che l’incontro di due comunità, quella piccola provvisoria della Scuola, incontrandosi con la comunità ospitante, apprende e fa apprendere, si crea un cortocircuito a suo modo produttivo. Sul valore educativo e trasformativo di questo cortocircuito abbiamo sempre scommesso. Un anno abbiamo riflettuto intensamente sulla capacità trasformativa di un’idea di educazione comunitaria come la nostra. Capimmo che la comunità accademica tendeva a leggere la nostra azione con schemi piuttosto frustri. Anche per questo di quelle giornate di studio ad oggi non abbiamo ancora gli atti.

In tutti questi anni Luigi Mengoli è stato parte integrante del nostro cammino e la Scuola ha sempre guardato alla sua lezione. Per i caratteri specifici della sua ricerca, giunti al dodicesimo anno gli abbiamo chiesto di immaginare una performance capace di interpretare, a modo suo, lo spirito della nostra Scuola. Gli abbiamo chiesto di mettere a disposizione della Scuola, come ha fatto in precedenza, la sua competenza di musicista elettronico e di musicista, unendole in una performance site specific, come ha sperimentato in più di un decennio a questa parte. Giusto per ricordare qualche titolo, “In absentia”, “Studio dell’oggetto”, “Gnothi se autòn”…

Più di una volta nella Scuola ci siamo occupati del cibo. I saperi popolari in merito al cibo sono patrimonio identitario. Lo sperimentammo durante l’edizione “Il cibo giusto”, che sintetizzammo in un video, con musiche proprio di Luigi Mengoli. Il cibo è relazione, il cibo è cultura. Nella cultura contadina del Salento, l’olivo ha giocato un ruolo fondamentale, l’intera filiera che va dalla raccolta alla spremitura delle olive. Bene prezioso, non lo si poteva sprecare, per condimento si usa giusto una “croce d’olio”. Ci occupammo di questo quando l’olivicolutra salentina cominciava ad entra in crisi a causa della Xylella. Apprendemmo dalla viva voce di testimoni della vita nei frantoi ipogei durante i mesi di lavorazione delle olive. Vita di uomini condivisa con animali, ciurma d’una nave d’un mondo ctonio. Utilizzammo un antico frantoio ipogeo del Settecento, per realizzare la sua sonorizzazione con suoni elettronici, da fruire bendati, per popolare quello spazio della profondità della propria immaginazione. Cantammo “Lu trappitu”. Apprendemmo quanto fosse dura la vita di quei lavoratori, tanto quanto quella delle loro mogli e sorelle impegnate nella raccolta delle olive. Sfuggire alla fame. I legumi hanno aiutato come nessun altro alimento la dieta del povero. La merenda, il pasto, la cena, per povere che fossero, erano sempre iscritte in una loro ritualità.

In un momento storico in cui lo spreco prevale, poi c’è. È una riflessione importante da fare, oggi, in cui lo spreco alimentare prevale, e il cibo spesso viene estetizzato – tanto che esiste una canale televisivo interamente dedicato al food, con cuochi edificati a star .

Luigi – alla luce di queste considerazioni – ci propone una performance che si svolgerà in un frantoio a grotta, cioè scavato direttamente nella pietra. Un frantoio che è a Spongano. Importante per le sue dimensioni. Un frantoio di un privato, che da anni, con le sole sue forze, lo sta esplorando, pulendo, rimettendo a nuovo.  È interessante che una persona semplice riconosca in quello spazio qualcosa di significativo e voglia metterlo a disposizione della comunità. Che una persona – una volta che gli è stata descritta la performance che si sarebbe svolta in quello spazio – ha aderito entusiasticamente al progetto. Eppure si tratta di un evento non immediatamente leggibile.

Due tavoli, in realtà due semicirconferenze di tondino di ferro, quindi due tavoli-non tavoli, come la nostra scuola-non scuola, sono realizzati in maniera da ospitare un piatto e un bicchiere. Un pentolone contiene una certa quantità di fagioli con l’occhio e a fianco dei crostini, in realtà “li frizzuli”, che erano i pezzettini di frisella che rimanevano in fondo alle capase in cui erano conservate.Dodici sedie, tutte differenti, umili o ricche (una addirittura è una van de Rohe), allusione forse ad una convivialità inclusive, sono lì pronte ad accogliere il visitatore che voglia sedersi e mangiare l’umile piatto. Una tredicesima sedia è senza seduta, rimarrà vuota. Una tavolata da tredici, con un convitato assente. Allusione ad altre sacrali cene, allusione anche alle tavolate di San Giuseppe, che giocano col numero tredici: tredici commensali, tredici pietanze.

La sedia, il tavolo: il vuoto. Rimando alla pietra cavata per ricavare nelle viscere della terra il vuoto per ospitare il frantoio, al vuoto di senso della fatica inumana che lì sotto si svolgeva.

Il cibo, il rito della condivisione. Della musica elettronica aleggia nell’ambiente, sono suoni campionati e rielaborati, mescolati, sovrapposti.  Non musica d’ambiente, ma musica per pensare. Luigi Mengoli ha questa capacità di riflettere e indurre riflessioni con le sue azioni artistiche. Spesso diciamo di voler valorizzare la tradizione, in realtà la estetizziamo. Bisogna che ritroviamo un differente rapporto con i nostri patrimoni culturali. Interrogarsi ad esempio su quale valore assegniamo al cibo, se diamo il valore che i nostri padri e i nostri gli davano. Se riusciamo a farlo essere per davvero momento di convivialità, di ospitalità (bene prezioso era offerto a chiunque visitasse la casa). Convivialità un concetto esaltato da Illich, dal movimento del MAUSS. E solidarietà: nella tradizione del meridione d’Italia vi era la pratica del “pranzo di consolazione”, alla morte di una persona cara. La comunità si stringeva attorno ai familiari e partecipava anche preparando il cibo in grado di simbolizzare la necessità di superare il lutto. Convivialità durante i raduni di popolo, come le fiere. Come la fiera di San Vito, qui ad Ortelle. Siamo nell’ampio spazio che per secoli ha ospitato questa fiera, in cui venivano scambiati animali e in cui si consumava il maiale, nutrito per lungo tempo e ammazzato per l’occasione. Un tempo scorrazza nel paese un maiale, che era di tutti ed era di nessuno, chiunque potesse lo nutriva, e alla fine veniva ammazzato per la festa della comunità, a celebrare la comunità.

Il valore del cibo, dunque. Ma forse bisogna trovare una parola più attrattiva, più suggestiva. Il valore del cibo potrà essere il sottotitolo, ma serve una parola d’impatto che sia il titolo. Lungo ragionare e poi un termine affiora: Sostedibilità. Un termine che parla di sostenibilità, che dice di un cibo che sa porsi il problema della giustizia, poiché è tanto per taluni e pochissimo per altri. Il cibo che sospinge alle migrazioni. Sì, abbiamo bisogno di sostedibilità.

Definita la Performance di Luigi Mengoli, la cui inaugurazione – decidiamo – sarà il primo di settembre, con prosecuzione fino al 17 di settembre, dopo una breve pausa-caffè, al bar Convivio, passiamo ad approfondire un aspetto che ci interessa particolarmente approfondire, ai fini delle strategie da adottare da parte della Scuola.

Ci chiediamo quale ruolo dentro il processo di definizione dell’Ecomuseo debba avere l’associazionismo. Che dialogo dobbiamo instaurare con questo livello intermedio dell’organizzazione della società civile?

Sicuramente va dedicato ogni impegno per tentare di coinvolgere ogni associazione a comprendere il senso profondo dell’Ecomuseo, che deve potersi avvalere della sua operatività. Va chiesto uno sforzo tuttavia, la co-costruzione e condivisione di una strategia, che deve coinvolgere anche le istituzioni, i gruppi formali e i singoli cittadini, finalizzata alla valorizzazione del patrimonio culturale in senso inclusivo. Un Ecomuseo può funzionare, dunque, da catalizzatore, che incrementando il dialogo all’interno della comunità, ne incrementa la coesione sociale e si sforza di tenere assieme le svariate prospettive di sviluppo locale. Il patrimonio deve avere due fondamentali caratteristiche: dev’essere plurale, dev’essere inclusivo. Ogni associazione sviluppa le sue azioni ed esse stesse diventano patrimonio. Bisogna riconoscerlo, però. Questo è fare Ecomuseo, poiché l’Ecomuseo è il tessuto connettivo di una comunità attiva e creativa, che si esprime da parte di tutte le sue componenti e articolazioni. L’Ecomuseo dice di quanto sia importante per un territorio avere una sua riconoscibilità, un’identità.

Dobbiamo – ci diciamo – uscire con un Manifesto della Scuola rispetto all’Ecomuseo, col quale invitare le Associazioni a riflettere su questa opportunità. Parole chiave saranno: cittadinanza, sviluppo rurale, economia, identità locale, paesaggio, sostenibilità in termini di mobilità e di energia, processi partecipativi. Dovremo mettere in evidenza che si tratta di promuovere l’integrazione intergenerazionale, ma anche di povertà educativa, poiché l’Ecomuseo è anche una risposta alla scarsezza di opportunità educative di un territorio.

E poi va fatta un’azione di advocacy sull’amministrazione comunale, sul Parco Otranto-Santa Maria di Leuca poiché bisognerà trovare delle idonee misure per supportare arti e mestieri tradizionali, considerandoli beni comuni. Va coinvolta anche il mondo dell’istruzione poiché si tratta di formare professionalità in grado di rendere nel tempo sostenibile l’Ecomuseo. Bisognerà fare riferimento alla public education, public antropology, alla public history. Il dibattito sviluppatosi nella pedagogia, nell’antropologia, nella storia a proposito del suo ingaggio pubblico è estremamente interessante. Una volta individuati i beni che costituiscono il patrimonio da valorizzare, bisognerà manutenerli, renderli fruibili, quindi anche in questo caso serve un impegno direzionato. E poi vi è anche la questione delle strategie comunicative da adottare per comunicare all’esterno il lavoro che la comunità va compiendo sulla propria identità, identificandone gli idonei circuiti.

E anche il GAL andrà coinvolto, poiché se vogliamo considerare il paesaggio come bene da patrimonializzare, dobbiamo impegnarci per la riqualificazione degli ambienti rurali,
la scuola, che deve arrivare a concepirsi come elemento della strategia Ecomuseo. C’è da fare un grande lavoro. Noi come Scuola di Arti Performative e Community Care faremo la nostra parte, getteremo la pietra nello stagno e vedremo cosa succederà.

Prima di chiudere, rapidamente parliamo della segnalazione che Roberto Maragliano ci ha fatto dell’interesse che Antonio Saccoccio, suo amico, che è direttore dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino, il quale segue, da lontano, quanto stiamo andando facendo con la nostra Scuola. Bene, ci siamo detti, varrà la pena ascoltarlo, intervistarlo, per avere un materiale su cui ragionare, e avere la sua disponibilità a venire a Ortelle e parlare dell’esperienza dell’Ecomuseo che dirige. Gli impegni si moltiplicano.

Anche oggi abbiamo sforato il limite temporale prefissato.