
Terzo incontro. Ci piace il bar del Parco che abbiamo scoperto chiamarsi “Il Convivio”, ecco un nome adatto a ciò che andiamo facendo.
Il convivio di oggi vede la presenza, oltre gli scriventi, di Antonio Chiarello, di Stefania De Santis, di Demetrio Ria, di Luigi Mengoli, di Maria Ratta.
A Ria dobbiamo una preziosa sintesi del lavoro che stiamo facendo. Ci vediamo qui, a Largo San Vito, ha un qualche senso, secondo te Demetrio? Questa Scuola/non-Scuola che vogliamo mettere in piedi, in continuo farsi e disfarsi, ha qualche ragione d’essere?
Se io vengo qui è per un motivo. La Scuola, per come si sta configurando, per me significa valorizzazione dell’ozio attivo, dell’incontro, del “convivio” come spazio e tempo della ricerca: per recupero della consapevolezza dell’essere nel tempo e dell’essere uomini.
Siamo passati dalla formula della Summer School all’utopia di una Scuola funzionante tutto l’anno, per cicli stagionali, quasi seguissimo un lunario, ti sembra una buona idea?
Il cambiamento dell’organizzazione – dice Demetrio – mi convince: da una intensa esperienza molto concentrata siamo passati al desiderio di ritagliare “momenti e spazi di relazione” incontrando persone e lasciandosi incontrare da persone: la scuola come flusso, processo di costruzione di qualcosa a partire dallo scambio dialogico, questa è una conquista.
E qualcosa voglio dire – soggiunge Demetrio Ria – sul tema. “Valorizzare i patrimoni culturali immateriali – Verso un ecomuseo della comunità di Ortelle” è di grandissimo impatto non solo per la memoria dei luoghi e/o dei tempi e della comunità di Ortelle nella sua specificità, ma soprattutto perché ricostruisce un senso di “immaterialità della cultura” che si scopre essere vitale e generativa, indispensabile a costruire non solo significati, ma soprattutto sensi, orizzonti di futuro. Questa dà una particolare significatività alla presenza della Scuola. Bisogna insistere, il valore della Scuola è paradigmatico.

Ci piace questo momento di profonda riflessività. Ci aiuta ad entrare nel merito dell’incontro con Stefania De Santis, che potremmo dire essere veterana della Summer School. Presente dapprima da allieva e poi da membro dell’organizzazione sin dalle primissime edizioni, ha partecipato a numerose ricerche del nostro gruppo. Ha partecipato alle campagne di scavo dei patrimoni immateriali di Ortelle, ma non solo; è stata nell’équipe di ricerca di Idrusa e ora sta lavorando al progetto CUIS sulla ricostruzione della storia e della memoria della Fiera di San Vito. Una bella occasione, quella dell’incontro odierno, per ragionare della nostra ipotesi di Ecomuseo della comunità di Ortelle.
Abbiamo ripercorso alcune delle schede che lei ha organizzato inserendole nel database che abbiamo organizzato per tenere in ordine i dati emergenti dalla ricerca. Abbiamo ragionato di cosa debba entrare nell’Ecomuseo. Sicuramente deve poter emergere – ci siamo detti – uno spaccato della vita quotidiana della comunità di Ortelle per come era fino a pochi decenni fa e un’attestazione delle tracce che sono rimaste nella realtà odierna del paese. Ci ha ricordato di un’edizione della Summer School in cui avevamo raccolto testimonianze sulle prefiche e le loro giaculatorie durante le veglie funebri. Sui rituali che si sviluppano attorno all’altro grande evento della vita delle persone: il matrimonio. E poi sui giochi tradizionali, addirittura alcuni anziani si erano prestati a riesumarli per noi. Stefania ricorda di una filastrocca che un’anziana signora ci aveva insegnato e che avevamo inserito nella performance finale, accompagnata da semplici movimenti di danza collettiva.
Nel chiacchierare è tornata alla memoria di noi astanti la figura di Donn’Anna Tronci, morta ultracentenaria, che lucidissima, aveva concesso delle testimonianze, che sono negli archivi della scuola. Dovrebbero entrare a far parte dell’Ecomuseo: è la testimonianza della figura di una donna molto gelosa della sua autonomia, che aveva gestito le attività economiche della famiglia, fra cui una “fabbrica” per la prima lavorazione dei tabacchi.
L’altro giorno Antonio Bonatesta ci diceva: attenzione a non “mitizzare” il passato in cui in quasi ogni famiglia si faceva parte della grande filiera della raccolta-lavorazione del tabacco. Tutto quello che volete, momento comunitario importante, di aiuto reciproco, per cui quando si raccoglieva il tabacco e poi lo si infilzava, ci si dava tutti una mano, ma era anche il risultato di pratiche di sfruttamento degli uomini e dei terreni, dava luogo ad inquinamento ambientale: quanti fitofarmaci non sono stati sparsi nei campi per garantire un raccolto adeguato alle richieste delle agenzie e delle manifatture?
Il tema del tabacco lega la vicenda di Ortelle a quella di tutto il Salento, non vi era paese che non fosse interessato alla coltivazione e lavorazione. Nella vicinissima Spongano funzionava la Manifattura Tabacchi, gestita direttamente dai Monopoli.
Le “fabbriche” di tabacco vedevano la presenza di una numerosa manovalanza femminile, anche il lavoro nei campi vedeva il concorso delle donne, che vivevano spesso condizioni di vessazioni, molestie a sfondo sessuale nelle situazioni di lavoro e anche, spesso, violenze in casa.
A questo tema Anna Colaci ha dedicato delle ricerche. Decidiamo di chiederle di essere presente in uno dei Seminari della Scuola, trattando l’argomento “Il corpo femminile nelle comunità rurali del Salento: storie di molestie, stupri e violenze”. La sentiamo telefonicamente, ci dà la sua più piena disponibilità, fissiamo una data: il 25 di agosto.
Luigi Mengoli, ci ricorda il suo lavoro – redatto assieme a Salvatore Colazzo – “I suoni del tabacco”, lo si può proporre tra le attività della Scuola. Ci accenna il canto del bellissimo “Fumeremo popolari”. Salvatore rammenta che non molto tempo fa Remigio Morelli lo interpellò per avere in copia quel lavoro: stava redigendo un suo saggio sul tabacco. Si potrebbe – ci diciamo – invitarlo, farcene parlare. Anche in passato la Summer School lo ha avuto tra i suoi relatori. Assieme a lui dovrebbe intervenire Daniela De Lorentiis che da storica, nell’ambito della sua tesi di dottorato, ha trattato con competenza il tema.

Luigi Mengoli, si sa, è maestro di voli pindarici, dal tabacco si scivola velocemente su un velo d’olio e si è catapultati in un frantoio ipogeo. Ne ha individuato uno, a Spongano: sta immaginando la performance da svolgersi lì sotto. Una cena simbolica, destinata a dodici commensali, che sono assisi ad un tavolo semicircolare, d’un’essenzialità francescana, disegnato da Luigi e ingegnosamente realizzato da Nunzio Casciaro, un artigiano della frazione di Ortelle, Vignacastrisi. Il padre di Luigi faceva il nachiro, ossia il capociurma dei lavoranti e uno zio lu truddhizzu, ossia il mozzo. Potrebbe essere una performance rievocante la memoria del padre, una sorta di “consulu”? O il momento di congedo della ciurma? Un pasto povero, consumato con ritmi lenti, accompagnato da un bicchiere di vino. Una ciurma composta da dodici persone, evocante, come fanno le tavolate di San Giuseppe, un momento in qualche modo sacrale. Il titolo potrebbe essere “Il consulu del frantoiano”. Nel frantoio ipogeo accadono altre cose: la proiezione de “Il guardiano del fuoco”. In bella mostra il calco dei resti della pajara bruciata, la performance dell’anno scorso, in cui Luigi lanciò alla comunità di Spongano la domanda: ora che la Xylella ha distrutto i nostri olivi, che i frantoi rimangono chiusi per mancanza delle drupe da frangere, che vogliamo fare di quella che una volta era la festa dei frantoiani, le Panare. Tutto questo deve entrare in un Ecomuseo della comunità di Ortelle.
Una domanda ci siamo fatti. Ma nell’Ecomuseo della comunità di Ortelle devono entrare solo testimonianze relative ad Ortelle?
La nostra risposta è stata: sicuramente ci devono essere gli abitanti di Ortelle, le narrazioni di Ortelle, ma poiché nessuna comunità è totalmente chiusa su se stessa, ci devono essere echi e risonanze proveniente da altre realtà. Anche lontane, perché no?
Un segnale simbolico può essere una conversazione con Luciana Manca, dottoranda a Tor Vergata, che si sta impegnando a fare a Scampia, nei prossimi mesi, un raduno dei cori multietnici. I corsi multietnici sono una metafora straordinaria dell’apertura di una comunità ad accogliere l’alterità e integrarla in qualche modo in un comune progetto. Facciamola venire a parlarci di questo tema, ci siamo detti.
Noi abbiamo sempre ragionato nelle precedenti occasioni formative della banda, anche come esperienza comunitaria straordinaria. Il discorso molto spontaneamente va su quanto abbiamo nei nostri Archivi di documentato. Tanto. Ma per rimanere focalizzati su San Vito – dice Luigi – potremmo, ironicamente proporre le “Pizziche di San Vito”. (San Vito in questo caso è San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi!). Oltre a un montaggio di una messa in commemorazione di San Vito: un ampliamento di una delle “Cartoline sonore”, la serie di cartoline visivo-sonore che Luigi Mengoli ha accumulato nel corso del tempo.

Proposta accolta. Ora si tratta di mettere in forma tutte queste attività.
Nella cappella di San Vito – ci informa Antonio Chiarello – abbiamo portato la statua di San Fortunato, un tempo protettore di Ortelle. Una bella statua, che è stata posta su un piedistallo ligneo, esatta riproduzione di un analogo del Settecento. Mercoledì – ci dice – la statua sarà traslata dalla Cappella alla Piazza. Sarà alle 18, quindi nel bel mezzo della nostra Scuola. Ecco un altro momento di vita comunitaria. Lo documenteremo, ed entrerà anch’esso a far parte dell’Ecomuseo. Quando Fortunato fu spodestato nella considerazione popolare da San Giorgio e da San Vito? Lo chiederemo al parroco don Antonio Trane.
I Seminari, ci diciamo, converrebbe farli in piazza, in modo che siano facilmente fruibili da chiunque. Come in passato, sotto il Sedile. Avevamo chiesto di poter utilizzare l’Open Space di Largo San Vito, ma confinati qui, in periferia rimaniamo fuori dallo sguardo della comunità. Riappropriamoci della piazza: è il congedo di questa giornata. Il sole sta per tramontare, un nugolo di ragazzi gioca a calcetto. Ragazzi di età diversa, alcuni sono in verità dei bambini, uno agilissimo, scartano gli avversari, tutti grandi impacciati, si smarca, calcia con abilità, si fa atterrare, conquista un rigore.


