
Eccoci, puntuali alle 17 a Largo San Vito. Ci abbeveriamo alla “Casetta dell’Acqua”, nel frattempo arriva una componente degli Amici della Musica. Anche oggi a loro serve lo spazio per le prove. Scambiamo poche battute, apriamo l’Open Space, lei sistema i leggii, noi ci approntiamo a ricevere gli ospiti di questa giornata. Prima di recarci al Bar Convivio, andiamo verso la Chiesetta dedicata a San Vito, da una parte antiche vestigia, dall’altra abbozzi di archi, sotto i quali, abbiamo appreso, dalla memoria delle persone più anziane, che durante la Fiera di San Vito stanziavano, anche la notte, gli zingari, commercianti di bestiame e di piccole cianfrusaglie. Vendevano soprattutto cavalli, li andavano a recuperare nelle pianure magiare, li imbarcavano a Valona, li sbarcavano a Gallipoli, li alloggiavano nelle stalle affittate al porto, poi li smistavano in tutto il Salento, durante le Fiere soprattutto. Ortelle era un appuntamento importante per loro, c’è chi ricorda che venivano molti giorni prima che la Fiera vera e propria cominciasse, sistemavano le loro bestie nel grande slargo di Parco San Vito, accendevano i fuochi nei giorni più inclementi e la notte, si tenevano compagnia e aspettavano che i contadini li interpellassero per comprare, dopo lunghe e laboriose trattative, i loro cavalli. E dopo che la Fiera era conclusa, rimanevano ancora accampati per qualche giorno, bisognava dare l’opportunità agli acquirenti dell’ultimo momento di farsi avanti, con le loro proposte d’acquisto.
In un ipotetico Ecomuseo della comunità, i racconti relativi agli zingari a San Vito dovranno essere presenti. Il clima della Fiera di molti decenni addietro potrà essere ricostruito anche attraverso il racconto che ne fece Salvatore Bacile, una fonte che abbiamo recuperato ed esaminato nell’ambito della ricerca CUIS. Parla anche degli zingari. Vecchie foto ci dicono di un Largo San Vito diverso dall’attuale, per esempio le “casette”, che oggi sono idoneamente attrezzate con celle frigo, cucine e quanto necessario, per ospitare gli allevatori di maiale di Ortelle, che vendono le loro carni alla molta gente che si affolla nei giorni della Fiera, un tempo erano poco più delle incerte baracche. Un vero peccato che lo spazio antistante le “casette” funzioni solo durante la settimana della Fiera. Vi era – negli anni trascorsi – un’idea piuttosto interessante, quella di organizzare periodicamente un mercato ortofrutticolo con prodotti rigorosamente a km 0, anche con lo scopo di recuperare frutti, ortaggi, grani tipici, ma la cui coltivazione è caduta in disuso perché inidonei ad accedere alle forme attuali di mercato. Il Parco Otranto-Santa Maria di Leuca sviluppò un progetto piuttosto interessante volto a favorire la biodiversità, il botanico Francesco Minonne si è dedicato a catalogare e recuperare le varietà di frutti antiche, farne in qualche modo un’opportunità anche per invogliare il turismo relazionale potrebbe essere lo stimolo di un ragionamento da fare assieme alla comunità.
Nelle attività della scuola si potrebbe presentare il volume – curato da Ada Manfreda – la cui pubblicazione è stata voluta proprio dal Parco, dal titolo “I sapori”. Potrebbe essere questo l’innesco per una riflessione.

I prodotti a Km 0 e il sapere culinario che attorno all’utilizzo di quei prodotti si è sviluppato. In passato facemmo dei laboratori su questo tema con Salvatore Urso, cuoco e docente all’Alberghiero di Santa Cesarea, in cui egli propose alcune ricette che molto sapientemente rivisitavano le antiche preparazioni aggiungendovi un tocco di novità, senza operare stravolgimenti, ma semmai inveramenti. E nominando Salvatore Urso, per associazione ci viene da pensare a Uccio Cretì, che vive in Lombardia: veniva ogni anno nella sua Ortelle, più d’una volta durante la Fiera ha realizzato qualche sua ricetta.
L’Ecomuseo è fatto di persone, dei loro saperi, delle loro narrazioni: ecco Salvatore Urso e Giorgio Cretì sono testimoni necessari della comunità.
Si dovrebbe approfondire ulteriormente il tema. Forse, oltre al punto di vista dei locali andrebbe raccolto il racconto di chi, appartenente alla comunità rom, partecipava a quella fiera. Bisognerebbe interrogare i Bevilacqua, i Giagnotti, le famiglie rom che di certo a Ortelle svolgevano i loro affari. Anni fa, Claudio “Cavallo” fece un video sulla sua famiglia: ci sono dei passaggi in cui suoi parenti raccontano della compravendita di cavalli, un estratto potrebbe essere acquisito fra le testimonianze da inserire nella parte digitale dell’Ecomuseo.

Ci spostiamo al bar. Lì incontriamo Antonio Chiarello, che viene armato di macchina fotografica – si è proposto, ormai da diversi anni – di documentare qualsiasi evento riguardi la comunità di Ortelle: ha una preziosissima banca dati di immagini. Una loro oculata selezione dovrebbe far parte dell’Ecomuseo di cui andiamo ragionando. Ne avremo occasione per parlarne. Antonio ci chiede se abbiamo notato i murales con cui sta intervenendo a connotare artisticamente Largo San Vito. Antonio Chiarello abita lì nei pressi del parco, ha lo studio che guarda sulla piccola pineta che articola con la sua presenza l’enorme spazio di “San Vito”. Ha dipinto, durante il Covid, un murales commemorativo della strage di Capaci e ora – con l’ausilio di alcuni ragazzi coinvolti nel progetto – ha rappresentato un certo numero di eroi positivi dello sport. A suo modo, Antonio, è l’aedo visivo di Ortelle. Il suo studio, la sua persona saranno l’uno e l’altra, elementi dell’Ecomuseo. Accanto a casa sua abita un apicoltore, Salvatore, innamorato delle api, conoscitore eccezionale del loro mondo, produttore di un miele dagli straordinari profumi. In una delle passate edizioni della Summer School, lo abbiamo intervistato, andandolo a trovare mentre interagiva con le api, senza bardature di sorta, non necessarie, a suo dire, se sai entrare in dialogo con le api, animali molto intelligenti.
Saranno state le 18 ed è arrivata Giovanna Bino, archivista. Collabora al progetto CUIS volto a ricostruire la storia e la memoria della Fiera. Con lei discutiamo del database che abbiamo creato, per schedare le fonti archivistiche presenti inerenti la Fiera. Ci informa di aver individuato dei documenti presenti nell’Archivio di stato di Napoli. Bisognerà organizzare la possibilità di andare lì e consultarli per comprenderne pertinenza e importanza. Non è il caso di richiederne copia, poiché con il nuovo regime dei costi imposti dal Ministero della Cultura, diventa proibitivo farlo. Il riferimento è al “DM 11 aprile 2023, n. 161 che introduce nuovi criteri di tariffazione sulla riproduzione e il riuso di beni in consegna a istituti e a luoghi della cultura statali”. Per visionarlo: https://www.beniculturali.it/comunicato/dm-161-11042023.
Forse è il caso di avere un momento pubblico di confronto su questo tema, durante la Scuola. Dovremmo probabilmente invitare un giurista a parlarne, per farci capire esattamente le previsioni del Decreto.
Nella nostra postazione al bar della Scuola arrivano, quasi contemporaneamente, Demetrio Ria e Luigi Mengoli. Sentiamo in lontananza le prove della Banda. Mengoli ci fa notare che il progetto della Banda è un progetto vincente, poiché stimola molti ragazzi, ma anche adulti, a iscriversi alla scuola annessa e a fare musica d’insieme. E’ probabilmente anche frutto dello spirito emulativo che sempre caratterizza le piccole comunità, non lontano da Ortelle, l’Associazione Euterpe ha messo in piedi una scuola musicale piuttosto articolata e una banda che ha consolidato nel tempo una sua identità.
Le scuole popolari di musica a indirizzo bandistico, che un tempo venivano finanziate attraverso progetti coordinati dall’AMBIMA (Associazione italiane delle bande italiane), sono state nel Salento una presenza significativa.
Luigi Mengoli da ragazzino fece pratica bandistica, di quell’esperienza lasciò traccia in un diario, che attende da tempo d’essere chiosato e pubblicato. Un frammento è entrato in un video che ha dedicato alla vita della banda. Nell’Archivio etnografico e musicale “Pietro Sassu” vi sono due preziose interviste, una ad un ex bandista della Banda musicale di Andrano, e un’altra al M° Nino Ippolito, un celebre capobanda, autore di numerosissime marce, molte delle quali nel repertorio di molte bande.
Delle bande nella Summer School degli anni passati ci siamo occupati in più di un’occasione, con Giuseppe Spedicati, professore di fagotto ed ex direttore del Conservatorio di Musica “T. Schipa” di Lecce, con Martino Pezzolla, professore di tromba al Conservatorio di Musica “N. Piccinni” di Bari, che ha lungamente suonato da flicornino solista per lungo tempo nelle bande salentine, con le direttrici attualmente operanti, una innovazione recente, ma di successo.
Luigi Mengoli ha proposto un’innovazione del repertorio, promuovendo la trascrizione e favorendone l’esecuzione, di brani di musica popolare. Un’idea promettente, visti alcuni dei risultati che sperimentalmente ci ha fatto ascoltare.

Nell’ambito del progetto dedicato alle narrazioni relative alla Fiera di San Vito, abbiamo pensato, assieme a lui, di proporre l’inno musicale a San Vito. Ogni Santo ha la sua divisa musicale, nel Salento, sono inni cantati ovvero eseguiti strumentalmente dalla banda ingaggiata per le celebrazioni del Santo di turno; nell’Archivio sono presenti numerosi di questi inni. Interessante è proporre, nel costituendo Ecomuseo qualcuno di questi inni, a partire proprio da quello a San Vito.
Giovanna Bino ha fatto notare come sono esistite esperienza educative e formative espressamente dedicate al popolo. Per esempio le scuole rurali, che furono istituite nelle campagne per alleviare la condizione di analfabetismo dei contadini. Ve n’era una a Frigole ad esempio, dove si trasferirono per la bonifica di quel luogo contadini provenienti da diverse parti del Salento, alcuni anche di Ortelle, con ogni probabilità. Dato evidentemente da verificare. Interessante è che a Frigole è stato istituito l’Ecomuseo delle Bonifiche, con cui ci si potrà mettere in contatto per forme di collaborazione quando acquisterà un minimo di concretezza quest’idea dell’Ecomuseo della comunità di Ortelle.
Sarebbe interessante censire tutte le scuole rurali che hanno funzionato nel Salento. Non dovrebbe essere impossibile – ci dice Giovanna Bino – poiché si può accedere ai progetti edilizi degli edifici costruiti o riadattati per diventare scuole.
Scuole di musica, scuole rurali, scuole di disegno. Nell’Ottocento hanno funzionato sul territorio salentino delle scuole popolari di disegno. Ad una di questa, istituita a Diso, si era formato Paolo Emilio Stasi, maestro di Giuseppe Casciaro, il pittore di cui Ortelle è fiera, tanto da dedicargli un premio annuale. Un’altra funzionava a Parabita, per opera di Enrico Giannelli, pittore anch’egli allievo di Stasi e sodale di Casciaro. Di scuole rurali in passato si è occupato Salvatore Colazzo e la stessa Giovanna Bino, Antonella Lippo.
Nell’ambito della Scuola si può organizzare un momento di approfondimento dedicato alle scuole di disegno.
Parlando, ci è venuta l’idea di andare a recuperare la storia in Terra d’Otranto delle cattedre ambulanti di agricoltura, con le quali si cercò di diffondere il sapere relativo alle tecniche di coltivazione, facendo incontrare la cultura dei periti agrari e degli agronomi con quella popolare.
Un esempio è l’introduzione della coltivazione della “batata dolce”, che fu seguita con successo dalle cattedre ambulanti di agricoltura a metà dell’Ottocento, le quali dispensavano gratuitamente sia le radici per la riproduzione del rizotubero che le istruzioni su come coltivarle.
Sempre a proposito di scuole popolari, si può pensare alle scuole di cucito e ricamo – con scarso di formalità – presenti in ogni paese del Salento, fino ai primi decenni del Novecento. Notevole appare la persistenza in epoca odierna di una di queste scuole a Spongano, per la pervicace volontà di un gruppo molto affiato di ricamatrici, desiderose di perpetuare la loro tradizione. In passato ce ne siamo occupati dentro le attività delle Summer School, precisamente nell’edizione intitolata “Le mani che sanno”. L’esperienza de “Le Costantine” appare come una forma più strutturata, attraverso cui il sapere tradizionale del ricamo diventa opportunità anche lavorativa per le giovani di Casamassella. Con Giovanna Bino, con la studiosa Elena Laurenzi, autrice di un bel libro sulla storia de “Le Costantine” si potrebbe immaginare un momento di riflessione nell’ambito delle attività della nostra Scuola.

Nella costituzione dell’Ecomuseo della comunità di Ortelle, ricevere testimonianze di donne impegnate in queste scuole, che sanno cucire e ricamare per averle frequentate sarebbe estremamente importante. Su questo terreno ad oggi siamo scoperti. Vedremo cosa riusciremo a fare nelle prossime settimane.
La condizione femminile nelle realtà rurali fra Otto e Novecento: anche questa deve poter entrare nell’Ecomuseo, per favorire una consapevolezza dei molti passi fatti nella questione di genere. Esistono carte processuali da cui emerge in controluce l’esistenza di una mentalità patriarcale, che spesso sfociava nella violenza di genere. La prof.ssa Anna Colaci dell’Università del Salento se ne è occupata. Le potrebbe essere affidato un Seminario, nell’ambito dell’edizione di quest’anno della nostra Scuola.
Un deputato salentino, era nato a Carovigno, Salvatore Morelli di cui l’anno venturo cade il centenario della nascita, si batté per l’emancipazione femminile, sia pubblicando dei testi che hanno precorso i tempi, sia con una proposta di legge, nel 1867, di grande apertura mentale: “Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici”. Era la sua, una risposta al Codice civile italiano del 1865, che sottometteva la donna all’autorizzazione maritale.
Alla conoscenza di questo straordinario personaggio la Scuola dovrà dare il suo contributo, magari con una collaborazione con il Centro Studi “La Puma” e con l’Università del Salento.

