Abbiamo aperto la sessione estiva della Scuola di Arti Performative e Community care, insediandoci presso l’Open Space “Luigi Martano” di Largo San Vito ad Ortelle.
Abbiamo incontrato gli “Amici della Musica”, coi quali oggi eravamo destinati a condividere lo spazio, per via delle prove che essi stanno facendo, avendo nei prossimi giorni il loro consueto concerto bandistico annuale, durante il quale si esibiscono a favore dei loro concittadini. Abbiamo teso l’orecchio e abbiamo sentito l’eco di musiche che si sono sedimentate nella nostra memoria attraverso la televisione o anche la frequentazione di youtube o di altri social.
Largo San Vito è sufficientemente ampio, ha delle comode panchine sulle quali accomodarsi e conversare, un chiosco-bar dove sedersi e godere di una gassosa o di un caffé. Sulle panchine ha scritto un bel libro Beppe Sebaste (Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne, Laterza, Roma-Bari, 2018), dove è possibile leggere: “Oggi stare in panchina è un’anomalia sociale più grave se chi si siede si sottrae non solo alle regole non scritte della produttività e dell’efficienza, ma anche allo sguardo degli altri. Se non si è anziani, donne incinte o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta seduto su una panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi è un disoccupato, uno sfaccendato, vita di riserva da ignorare. Per molti, che a stare seduti su una panchina provano imbarazzo, è l’immagine della provvisorietà, della precarietà, forse del declino. Stare in panchina, nel lessico attuale, è il contrario dello scendere in campo. Ma la panchina è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata. È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade”.
La panchina su cui ci siamo seduti oggi con Demetrio Ria e Antonio Bonatesta ha significato l’inaugurazione in qualche modo trasgressiva della nostra Scuola/non-Scuola. Ci siamo esposti – come abbiamo sempre fatto qui ad Ortelle durante le nostre Summer School – allo sguardo dei passanti, abbiamo osservato e abbiamo detto. Abbiamo discusso del senso possibile della nostra azione all’interno di una realtà, quella contemporanea, caratterizzata dalla presenza pervasiva dei media, che va sempre più riducendo il senso di comunità, a causa dell’individualizzazione delle esperienze e delle esistenze, osservata dall’angolo visuale di un territorio periferico, che cerca di offrire un senso a chi lo abita, che tentato dall’abbandonarlo chiede le ragioni per rimanervi. Ma anche di tutti gli equivoci, i fraintendimenti, gli usi distorti – se non perversi – che può ingenerarsi nell’interazione che si va a stabilire. D’altro canto lo abbiamo già sperimentato in passato, torneremo a verificarlo ancora. Varrà la pena provare a capire come la nostra presenza, divenuta più assidua, stabilizzandosi in un’iniziativa chiamata Scuola possa incidere nella comunità, da noi chiamata a interrogarsi sulla possibilità di configurarsi essa stessa nel suo complesso come risorsa per un Ecomuseo della comunità che chiede al turista attento e in qualche modo complice di diventare fruitore partecipe del suo patrimonio immateriale, fatto di simboli, microsaperi, routine, persone, oggetti, pratiche e paesaggi.
Abbiamo lasciato la panchina e ci siamo recati al bar: un’acqua tonica, due gassose, un caffé. E lì molto liberamente ci siamo chiesti di Gramsci e del suo approccio alla cultura popolare, siamo passati dall’esplorazione della categoria del folklore a quella del kitsch, che ha strette parentele con le fake news. Esso infatti è stato definito come menzogna assunta come verità, travestimento dello scarto che si dà come compiuto, contaminazione che crea un prodotto culturale di massa. Ognuno avrà da nominare eventi ed oggetti qualificabili come kitsch: difficile trovare una piena convergenza. Ci è venuto di nominare Tommaso Labranca e la sua estetica del trash che si fa estasi del pecoreccio. Trash – diceva Labranca – è «emulazione fallita di un modello “alto”». Trash è Bobby Solo imitazione fallita di Elvis Presley, trash sono le ragazze vestite come Madonna, trash sono i presentatori delle tv locali che scimmiottavano Pippo Baudo, continua. In questi giorni ci è stato raccontato che le adolescenti si recano al cinema a vedere il film sulla bambola più famosa al mondo vestite da Barbie. E delle migliaia di richieste avvenute da parte di giovanissime ai ginecologi del Regno Unito di ricevere un intervento estetico che renda la loro vagina invisibile, come quella delle pornodive che esibiscono le loro fattezze più intime su Youporn. E che dire di Trump, del populismo che incarna, dell’effetto paradosso che sta procurando l’incriminazione che subisce per i fatti gravissimi di cui si è macchiato con le sue condotte sopra le righe del diritto, tirandogli la volata alle prossime elezioni presidenziali?
Perché vogliamo impegnarci in quest’azione di stimolo della partecipazione, di attivazione della comunità, di ricognizione delle sue risorse? Perché vogliamo provare a spronarla ad immaginare l’Ecomuseo?
Domande che ci hanno condotto a chiederci quale possa essere oggi la funzione dell’intellettuale. Figura molto diversa dal passato, è alla ricerca di una funzione, dal momento che è venuto meno il riconoscimento sociale del suo ruolo. Può cercare di ritrovarla, a partire dalla coltivazione dei suoi interessi e motivazioni culturali, cercando di creare degli assi di risonanza con altri suoi simili e soprattutto con i dissimili, frequentando le panchine, in un giorno assolato di agosto, della periferia di un paesino del sud Salento, che, causa la crisi demografica e l’abbandono dei giovani, si va svuotando progressivamente. Impresa questa che vuole anche essere un’interrogativo sul destino delle istituzioni culturali, accademiche e politiche, che vengono scosse alle fondamenta dalle tecnologie della comunicazione.

